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Pace e Sicurezza - martedì 10 novembre 2015
Conferenza Programmatica - Roma Premesse 1 Dopo la fine della Guerra Fredda il mondo si presenta non piu‘ bipolare ma multipolare. USA Russia Cina India sono i players mondiali 2 L’ONU appare bloccata su un assetto nato alla fine della seconda guerra mondiale non piu’ attuale e difetta di efficienza (diritto di veto, difficile da modificare) 3 NATO appare come la soluzione piu’ efficace in Europa, ma è unilaterale e non si adatta ad un mondo oramai non piu’ bipolare bensi’ multipolare 4 Al momento una balance of power sembra essere l’unica soluzione possibile, dove i vari players mondiali si accordano per risolvere questioni regionali 5 I conflitti regionali causano, tra le altre tragedie, una inaspettata e forte migrazione di massa che riguarda in primis l’Europa Problemi principali - Mancanza dell’Europa fra i players mondiali - Allocazione delle quote migranti nei paesi membri dell’Unione Europea Soluzione - Creare gli Stati Uniti d’Europa (USE) – federali – capaci di esprimere una politica estera comune una politica di difesa comune di giocare un ruolo nel balance of power mondiale e capace di allocare le quote dei migranti nei paesi degli Stati Uniti d’Europa Come creare gli Stati Uniti d’Europa ? - Superare il Trattato di Lisbona, rilanciare la Costituzione Europea, riprendere I lavori ed arrivare alla Costituente Europa in Lussemburgo 2017 - Creare gli Stati Uniti d’Europa dall’alto ma parallelamente lanciando il grande progetto mediatico di costituzione di una cultura europea unita - Dare competenze esclusive all’Europa in materie di politica estera e difesa fisco e interni - Chi vuol essere in Europa deve rispettarne le regole federali. Meglio pochi ma convinti che allargare a Paesi che rallentano il processo di integrazione. Non è questione economica ma di accettare o meno il modello federale e le regole del decision taking maggioritario. Chi deve rilanciare la Costituente Europea? - Il PSE manca di iniziativa da tempo ed è schiacciato sui temi economici dai conservatori. Il PSE non riesce a dare ai cittadini un « sogno », un progetto vero e perseguibile e di grande portata. Il PSE puo’ coagulare intorno a se le forze europeiste rilanciando la Costituente Europea in un Congresso straordinario da tenersi inizio 2016 a Roma - Roma 2016 Congresso straordinario PSE Come vincere gli euroscettici, i nazionalisti e le forze populistiche anti – Europa ? - Grande sforzo mediatico e di investimento culturale. L’Europa non è divisa in Nazioni ma è divisa in culture, lingue, tradizioni, storie, geografie umane e sociali. - Enorme sforzo mediatico per convincere gli europei dei vantaggi dell’Europa, della crescita, della sicurezza, dei vantaggi dell’insieme rispetto alla particella Quali progetti possono aiutare a creare gli Europei degli Stati Uniti d’Europa, capaci di accettare decisioni a maggioranza prese dal Parlamento Europeo e dal Governo Europeo ? - Lanciare il progetto Erasmus della Politica, con scambi di giovani studenti lavoratori a lavorare in parlamenti di altre nazioni, nei governi, nelle corti costituzionali etc - Prevedere quote erasmus al rientro, quindi tracciare chi ha studiato e lavorato in altri paesi europei, creare data base e prevedere quote nelle Pubbliche Amministrazioni e enti affini per iniettare quote di europeismo umano nella società dei paesi nazionali - Creare degli scambi continui e duraturi (5 anni) fra i funzionari delle pubbliche amministrazioni, controlli, corte di conti, inviati a lavorare in altri paesi, ovviamente remunerati a dovere - Coordinare i sistemi educativi e scolastici in generale - Prevedere l’inserimento di due lingue uniche nelle scuole, modello Lussemburgo Chiuso il processo di creazione della CULTURA EUROPEA si finalizzera’ anche il progetto della Costituzione Europea e degli Stati Uniti d’Europa. L’Europa, forte sulle sue gambe federali, saprà trovare la sua identità solidale sociale diplomatica e di difesa dei propri confini. Saprà tutelare i confini polacchi dalle paure storiche, saprà accettare i migranti in fuga dalle guerre, intervenire col suo peso diplomatico per evitare guerre o potrà intervenire in missioni di peackeeping o state building con il proprio esercito, sotto l’egida dell’ONU quando, nel cui Consiglio di Sicurezza siederà ovviamente. L’Europa potrà intervenire con moral suasion ma anche con mezzi diplomatici e perfino militari in operazioni di tutela prendendo il posto della NATO. L’Europa unita con una propria politica estera potrà evitare il pericoloso spostamento dell’asse diplomatico verso l’est, verso la Russia in un continente sempre piu’ Euroasiatico ed a trazione tedesca. L’Europa si pone come terza forza fra USA e Russia. Una diplomazia europea che guarda ai diritti umani, al sud del mondo, all’Africa al Medio Oriente. Propone una soluzione al conflitto Israelo Palestinese, difende Siria Iraq Turchia dall’avanzata dello Stato Islamico, promuove la libertà dalle dittature. Un’Europa che si pone come argine anche al rinnovato imperialismo russo come nel caso inaccettabile della annessione della Crimea. Leonardo Scimmi  

Pace e Sicurezza - governare la globalizzazione - domenica 8 novembre 2015
Quello che presento è la sintesi della discussione all’interno del tavolo di lavoro denominato Pace e sicurezza: governare la globalizzazione che è stato coordinato da Bobo Craxi. Innanzitutto nell’ambito del dibattito sono intervenuti numerosi compagni che vogliamo ringraziare in particolare gli esterni che hanno dato un contributo fattivo nel corso della discussione. Lasciatemi ringraziare innanzitutto L’Ambasciatore Antonio Badini, Il Professore Giuseppe Mammarella, Il Professore Giuseppe Sacco. Pace e sicurezza non possono essere disgiunte da un impegno più forte del nostro Governo sullo scenario Mediterraneo assieme ad un ampio ripensamento delle politiche di integrazione europea che devono vedere l’Italia protagonista del cambiamento sostanziale di orientamenti e regole che hanno tralasciato il principio di sussidiarietà Europeo con le conseguenze pratiche che hanno avuto una ricaduta assai negativa come abbiamo visto nel caso conclamato dell’immigrazione non controllata e dell’invasione corposa degli ultimi mesi che ha obbligato tardivamente l’unione ad assumere iniziative di contenimento e redistribuzione dei profughi solo l’indomani delle emergenza. Una più robusta azione politica che rilanci l’azione unitaria mdel partito del socialismo europeo che non ha saputo fare fronte comune all’avanzata impetuosa dei processi squilibrati dell’economia globalizzata che ha suscitato delle reazioni politiche conseguenti che giudichiamo pericolose : il raffiorare dei rigurgiti xenofobi e nazionbalistici, il nuovo vento secessionista che spira all’interno delle singole nazioni europee nonché un’avanzata impetutosa delle ricette liberiste che rafforzano i governi conservatori ed influenzano negativamente anche i governi a guida progressista. Siamo allarmati da ciò che sta accadendo all’amico e vicino Portogallo ove forze diverse si oppongono alla creazione di un Governo dal limpido e chiaro segno progressista. Sono crollati gli equilibri internazionali seguito alla fine del bipolarismo ed esso non è stato sanato né dalla pretesa americana di assumerne autonomamente la tutela, né dal protagonismo economico dei paesi emergenti, e men che meno dal revanscismo putiniano. D’altra parte l’apertura dei mercati finanziari e gli altri fenomeniche genericamente cataloghiamo col termine di “globalizzazione” hanno prodotto conseguenze economiche e sociali da nessuno previste in tutta la loro portata. Hanno sicuramente esteso la crescita economica ad aree prima destinate a stagnare nel sottosviluppo. Ma contestualmente hanno accentuato le aspettative di benessere delle popolazioni finora più svantaggiate, finchè alla libera circolazione dei capitali è inevitabilmente seguita la rivendicazione della libera circolazione delle persone. E’ in questo quadro che la questione della sicurezza internazionale si sta intrecciando con quella della sicurezza interna, specialmente per quello che riguarda paesi che contemporaneamente soffrono di una grave crisi demografica. Per ristabilire un equilibrio internazionale accettabile è necessario innanzitutto lasciarsi alle spalle i riflessi condizionati ereditati dalla guerra fredda: ed è in questa prospettiva che dovrebbe muoversi innanzitutto l’Unione europea, i cui confini sono minacciati ad Est e a Sud dal dilagare del disordine, e la cui cultura politica, d’altra parte, dovrebbe essere in grado di superare le logiche che ancora caratterizzano sezioni significative dell’amministrazione americana. In questa prospettiva è necessario: • sostenere tutti gli sforzi volti a realizzare in seno all’Ue una politica comune di difesa; rafforzando anche l’impegno e la presenza europea all’interno dei dispositivi di difesa dell’alleanza atlantica. • sviluppare coerentemente gli accordi siglati a Ginevra con l’Iran, e creare un’ampia coalizione che stronchi la minaccia rappresentata dall’Isis; • sollecitare la comunità internazionale ad intervenire più autorevolmente nel conflitto israelo-palestinese; Il PSI condanna ogni forma di violenza sia essa recata con l’arma bianca ai danni di cittadini inermi sia che sia recata sotto forma di rappresaglia utilizzando armi di distruzione ad alta tecnologia balistica • scoraggiare le politiche nazionalistiche coltivate da alcuni paesi dell’Est europeo. • Puntualizzare una linea coerente e chiara di intervento italiano nelle aree di crisi , Afghanistan e Libia. Se si addivenisse ad una richiesta formale da parte delle autorità libiche, qualora avessero ritrovato la via di una soluzione unitaria alla crisi delle tre regioni, l’Italia dovrebbe svolgere la propria azione positiva per il ristabilimento della pace , della sicurezza e della funzionalità delle istituzioni nell’ambito di una politica positiva di buon vicinato Quanto al fenomeno migratorio, nel salutare positivamente la presa di coscienza delle sue caratteristiche da parte dell’Ue, occorre rivedere complessivamente le politiche finora seguite per governarlo, senza illudersi di poterlo ridurre a problema di ordine pubblico o di emergenza umanitaria. Anche l’Italia dovrà puntare all’integrazione piena dei flussi migratori, rinunciando a pratiche velleitarie come quelle a suo tempo messe in campo dai governi di centrodestra ed a misure di mero contenimento come quelle finora seguite dai governi di centrosinistra Perciò proponiamo: • il rafforzamento del ruolo dell’alto rappresentante per la politica estera nel quadro di una sempre più marcata presenza unitaria dell’Ue nell’arena internazionale • Il rilancio del Processo di Barcellona dell’Unione Euro-Mediterranea • la ridefinizione del ruolo della Nato nel nuovo scenario geopolitico; • un più incisivo impegno del governo nelle sedi internazionali per debellare l’Isis, ripristinare la stabilità politica in Libia ed in Siria, rilanciare il processo di pace fra Israele e palestinesi; • la convocazione di un congresso straordinario del Partito del socialismo europeo sulla questione delle migrazioni e dell’accoglienza dei migranti; • l’abrogazione della legge Maroni sui migranti; • la sperimentazione di nuovi percorsi di integrazione per i migranti ; • l’implementazione dell’accordo con l’Unione islamica stipulato in applicazione dell’art. 8 della Costituzione . • Adottare misure straordinarie per la collocazione di comunità di migranti nei comuni spopolati ed abbandonati la cosiddetta proposta Savino che ha già avuto delle positive sperimentazioni in alcuni comuni della Lucania. • Il Partito Socialista si impegna a partire dalle proprie strutture periferiche sino all’impegno dei propri parlamentari ad adottare conseguentemente queste linee guide al fine di trasformare in buo9ne pratiche i principi di fondo ispiratori di una politica estera di impianto socialista democratica e liberale adattata ai nostri tempi che sappia unire lo spirito internazionalista delle nostre origini all’interesse della Comunità Internazionale , per lo sviluppo della sua economia in un ambito di cooperazione internazionale per lo sviluppo, per la diffusione e la difesa degli interessi culturali italiani nell’ambito delle proprie comunità all’estero, per il sostegno dei cittadini italiani in armi che svolgono un impegno difficile per il mantenimento della pace e della sicurezza nel Mondo verso i quali non può mancare il sostegno politico attivo di una forza democratica e pacifica come quella erede del Partito del Socialismo Italiano che si fregia del suo impegno più che centenario a fianco dei popoli in lotta per la libertà e la democrazia e in lotta contro la violenza determinata dallo sterminio per fame causata dai conflitti e dall’avanzare delle crisi di siccità in particolare nel continente africano.  

Socialisti laici ambientalisti - martedì 20 ottobre 2015
Come sempre in questi ultimi anni seguo da lontano dal Collegio Estero posizione scomoda ma priviliegiata allo stesso tempo. Sono passato attraverso alcune delle traversie dell’ultimo ventennio, quelle del Nuovo PSI e dello SDI, delle Rose e di SEL, scissioni a destra ed a sinistra e via dicendo. Erano giornate di sole bellissime per me, e Roma era la solita meraviglia di giorno e di notte, un po’ dirty come sempre e mal funzionante, ma affascinante e desiderata come un amore proibito. Le relazioni dei segretari erano piene di passione, parlavano agli “animi”, si proiettavano video di Bettino Craxi e tutti i militanti piangevano fiumi di lacrime, senza guardarsi l’un l’altro, come per rispetto. Poi c’è stato il richiamo della costituente Socialista, perfino il leader della terza mozione dei DS - Angius - si era esposto ed avevo confidato molto in questo bel progetto e puntavo molto sulla nuova stagione di alcuni dei DS, finalmente socialisti!! Incredibile! Era il 2007 eppoi nel 2008 uscimmo dal Parlamento ed il progetto fu archiviato. Male, un progetto simile non può durare una stagione, deve essere coltivato e perseguito più a lungo. Invece ci arenammo in altri progetti fino a rientrare in Parlamento anni dopo, ma senza simbolo. Dello SDI mi piaceva l’organizzazione, senza dubbio migliore di quella del Nuovo PSI. Mancava però totalmente la passione, la nostalgia? Può darsi, ma pur sempre un sentimento che muove i militanti: la motivazione, che è poi in qualche modo la molla alla nostra produttività. Oggi le cose sono cambiate. Il PD è mostruosamente forte, organizzato, ha risorse e leadership da far paura. E' forse finita la storia della sinistra italiana? Non credo. In vero c'é ancora bisogno di una forza di tradizione puramente riformista, continuazione della ideologia e forza politica azionista socialista socialdemocratica laica ambientalista italiana ed europea. Quello di cui abbiamo bisogno è in primis una organizzazione forte su tutto il territorio. Eppoi un progetto politico, certo, un business plan sui prossimi 2 anni. Io direi sui prossimi 7 anni, ma oggi tutti ragionano sul breve periodo, dimenticando che twitter va bene, ma gli uomini sono ancora di carne ed ossa ed i progetti si misurano sul lungo periodo. Quale può essere questo progetto, questo business plan? Deve essere fondato sui temi fondamentali del nostro riformismo storico e deve tener conto delle nostre vicende degli ultimi 20 anni. Deve avere le caratteristiche seguenti: identitario; socialista; laico; ambientalista. Questi sono gli ingredienti per puntare ad una rinascita sul lungo periodo. Identitario, quindi orgoglioso al punto giusto da motivare i compagni vecchi e nuovi a tornare ed impegnarsi; socialista, quindi difendere le classi lavoratrici tutte, dagli operai con la Mitbestimmung alle Partite IVA con le tutele previdenziali e fiscali, riallacciando coi sindacati e con la declassata classe media; laico, quindi puntare sui temi dei diritti adeguati ai progressi della scienza e dei costumi e parlare al mondo laico; ambientalista, quindi coniugare infrastrutture e green economy, tutela del paesaggio della natura, supportare energie rinnovabili parlando al mondo green. Avremo così la consapevolezza di non aver deviato dalla nostra natura e sapremo riguadagnare una forza elettorale che possa consentire di fare politica sul modello Schroeder/Fischer degli anni 90. Insistere sui temi detti per qualche anno, con sforzo unitario e convinto. Questa la ricetta. I risultati verranno. 

Una nuova generazione riformista - domenica 7 giugno 2015
Quando ero uno studente i professori ci insegnavano la competenza destinata alle istituzioni europee, il rapporto tra Commissione e Parlamento, il ruolo della Corte di Giustizia e quello della Corte Costituzionale nazionale, l’impatto delle decisioni dell’una sulle leggi nazionali etc etc. Roba tecnica, complicata anche senza considerare il groviglio di leggi e direttive, il gradualismo del trasferimento delle competenze dagli Stati alle istituzioni europee. Poi ho iniziato a vivere l’Europa, molti anni fa, e mi sono ritrovato in un mare di lingue e culture e occhi pieni di vita, di curiosità e intelligenze, con un comune sentire, prima quello dell’europa occidentale, poi apertosi anche a quello dell’europa orientale. L’Europa la vivi sulla pelle, come esperienza ‘Erasmus’, come progetto che ti cambia la vita senza che tu te ne accorga. Alcuni libri sono stati scritti in Italia ed all’estero sul soggetto, però non sembra che abbiano venduto molto. Una rivoluzione che arriverà più avanti, lentamente, perché lo sforzo di interpretazione è troppo grande per chi non lo ha vissuto e pertanto richiede tempo per essere compreso da tutti gli altri. Eppure quella è la strada, la strada per l’Europa è la vita europea, vissuta, quotidiana, ogni minuto passato con un crogiolo di lingue e culture diverse, che è la nostra ricchezza, ma anche la nostra debolezza. L’Europa spesso vituperata e criticata dai media, dai partiti anti Europa, da chi ne é fuori, ha invece una sua forma e coerenza, un suo progetto in fieri, lento ma solido, avviato in modo irreversibile verso la realizzazione. Non saranno gli Stati Uniti d’Europa forse, non ci sarà una lingua comune a tutti, un sistema scolastico comune a tutti, lo sappiamo, lo temiamo, la vera strada per fare gli europei sarebbe quello, la scuola comune a tutti i paesi, ma è – così dicono – irrealizzabile, per ragioni “storiche” che differenziano l’Europa dagli USA. Ma se così fosse, se non arriveremo mai agli Stati Uniti d’Europa, cosa fare di questo sogno? Bisognerebbe farne un progetto federalista, con una politica comune organizzata intorno a progetti e schemi federali e maggioritari, questo dicono alcuni, affidando agli organi europei veri poteri decisionali su base veramente elettiva. Questo in punta di diritto è senza dubbio vero. Ma è possibile? Ed é sufficiente a realizzare un sogno? Superare i nazionalismi e le barriere culturali, questo è il vero progetto, il vero sogno europeo. Superare quel sentimento di diffidenza, di “interesse” nazionale, che permane, tutt’ora, la bussola degli Stati nel loro agire quotidiano. E del resto, lo vediamo ogni giorno, la mentalità dei capi di Stato rispecchia spesso – e come non potrebbe – quella del popolo che li ha votati. Ed infatti, chi ha provato a lavorare in un Paese diverso dal proprio conosce le difficoltà del passaggio da uno Stato ad un altro. Si parla di circolazione dei titoli di studio, o professionali, ma il mercato nazionale, che alla fine è l’arbitro indiscusso del job, non potrà facilmente accettare competenze cresciute in diversi sistemi educativi e linguistici e porrà quindi inevitabilmente degli ostacoli a chi si sposta. Il mercato europeo, mercato unico, riesce ad allocare professionalità in paesi diversi da quelli di provenienza? Ci sono barriere all’ingresso, Implicite o esplicite? Linguistiche o culturali? Quanti passi in avanti sono stati veramente fatti in questa direzione, per consentire a tutti gli studenti o giovani lavoratori di realizzare il sogno di lavorare in Europa? Uno studente che esce dalla scuola italiana è qualificato per lavorare nel mercato tedesco o inglese o olandese? O deve rinunciare alle proprie ambizioni ed accettare un lavoro al di sotto delle sue qualificazioni, pur di avere un lavoro o pur di lavorare in Europa? L’Europa sarà veramente tale quando i vincoli nazionali linguistici culturali e mentali saranno un ricordo lontano, ed ogni cittadino studente e lavoratore potrà studiare e lavorare su tutto il territorio europeo senza avere mai l’impressione di essere fuori di casa. Quando questo sarà possibile, avremo esaudito il sogno di quegli occhi pieni di speranza che da anni circolano per l’Europa, prima come turisti poi come Erasmus poi come lavoratori periodici o expat e domani, si spera, come semplici europei, a casa in ogni angolo d’Europa, tempo permettendo. 

Festival des Migrations 2015 à Luxembourg - sabato 14 marzo 2015
Ouverture du 32e Festival des migrations, des cultures et de la citoyenneté, du 15e Salon du livre et des cultures et de 3e ArtsManif Stands associatifs, stands d’information, cuisines du Luxembourg, expositions, musiques et danses, animations pour enfants, rencontres avec des écrivains, des éditeurs. (Entrée libre – les dons sont cependant les bienvenus car ils nous aident aussi à la réalisation de ce festival) 18h30 vendredi-13-mars Table-ronde: La coopération entre le Cap-Vert et le Luxembourg – un exemple de coopération européenne Proposée par le CLAE en collaboration avec le Parlement européen – Bureau d’information au Luxembourg, le Cercle des ONG et la Direction de la coopération au développement et de l’action humanitaire du Ministère des Affaires étrangères et européennes Avec la participation de Jorge Homero Tolentino Araújo, Ministre des affaires extérieures du Cap-Vert, Charles Goerens, Député européen, membre de la commission du développement et membre de la délégation à l’Assemblée paritaire ACP-UE, João Da Luz, Président de la Fédération des associations capverdiennes au Luxembourg, Marc Angel, Député, Président de la Commission des Affaires étrangères et européennes, de la Défense, de la Coopération et de l’Immigration, Ben Fayot, Ambassadeur spécial pour l’Année européenne pour le développement, Christoph Schröder, Chef du Bureau d’information du Parlement européen au Luxembourg. 

Lussemburgo Festa Unita' Europa - martedì 30 settembre 2014
Abbiamo partecipato in rappresentanza del PSI all'estero Europa alla festa dell'Unità del PD, tenutasi a Lussemburgo il 28 settmebre scorso. Tra i tanti partecipanti molti giovani segretari del PD provenienti da tutta Europa che hanno discusso della prossima elezione dei COMITES. Il PSI si è organizzato per promuovere la maggiore partecipazione possibile alle elezioni Comites da parte di associazioni del mondo dell'emigrazione. 

Il riformismo socialista da Marx a Bernstein a Renzi? - venerdì 1 agosto 2014


La scuola di pensiero socialista ha avuto vari padri. Tra questi sicuramente Carlo Marx, di lingua tedesca, ideatore del Manifesto del Partito Comunista, hegeliano, fissato con la lotta di classe, il materialismo storico e la rivoluzione. Eppoi Edoardo Bernstein, anche di lingua tedesca, per cui il fine (la rivoluzione) non contava, contava invece il tragitto e cioè la democrazia (Das, was man gemeinhin Endziel des Sozialismus nennt, ist mir nichts, die Bewegung alles). La famosa svolta della socialdemocrazia tedesca (SPD) - che ebbe luogo a Bad Godesberg vicino Bonn capitale della Germania federale, quando la SPD mise in soffitta la lotta di classe, l’anticapitalismo e l’aspirazione rivoluzionaria - è la realizzazione dell’intuizione di Bernstein. Le idee contano e producono risultati pratici, infatti la SPD usciva rigenerata dal congresso del 1959. Oggi la crisi finanziaria consente ai partiti di sinistra europei di ripristinare argomentazioni da lotta di classe (contro i ricchi) e anticapitaliste (contro il privato, contro la finanza) o perfino rivoluzionarie (contro i politici), ma tutto ciò sembra una tentazione alla quale il socialismo non dovrebbe cedere. Una sinistra moderna non può utilizzare stancamente strumenti ideologici trapassati solo perché convenienti al momento. La sinistra deve indicare la via per il progresso e non cadere nella trappola dell’odio di classe che può aver presa su un elettorato ignorante come erano i contadini russi della rivoluzione bolscevica, ma che mal si adatta alla società italiana ed europea di oggi dove, seppur poveri o precari, i cittadini sono perlopiù educati e scolarizzati e si aspettano qualcosa di più sofisticato che una presa della Bastiglia. L’obiettivo è la crescita e il capitalismo (anche finanziario) garantisce la crescita. La proprietà privata, che è la base del capitalismo, garantisce la crescita. La frase « Kapitalismus ist nicht krank, ist die Krankheit » (Il capitalismo non è malato, è la malattia) non appartiene al DNA socialista democratico, almeno non piu da decenni. Il capitalismo non va abbattuto, ma riformato, con gradualismo, con riforme di struttura e costituzionali anche e con l’introduzione di istituti di democrazia industriale. Il capitalismo necessita misure anticicliche, costruzioni fiscali a livello federale che bilancino misure di austerità locale, ma è ancora lo strumento di rilancio dell’economia. Condividere il potere decisionale e diritti di voice è una delle strade da seguire, anche nella finanza, spesso separata inspiegabilmente dalla economia reale. I lavoratori, o chiunque abbia un interesse a come vengono gestite le cose o i soldi, vogliono essere parte delle scelte strategiche che li riguardano, e ne hanno diritto, e per questo chiedono diritto di voto negli organi decisionali delle società che gestiscono le imprese, comprese le banche e le società di gestione. È un cambio di prospettiva totale. È un approccio orientato agli stakeholders. È il superamento della visione di Friedman per cui il solo scopo dell’impresa è far guadagnare gli azionisti, ma è anche il rifiuto di Marx, per cui il capitalismo andava (necessariamente) superato. È l’idea democratica e costruttiva di Bernstein. È uno sforzo intellettuale sociale e pratico che i socialisti possono e debbono fare per essere al passo col tempo e sconfiggere le crisi del capitalismo.

Una sinistra moderna e razionale é necessariamente riformista.


 

Cervelli in fuga - sabato 26 luglio 2014
I dati ufficiali parlano di circa 70 mila italiani che ogni anno lasciano il Bel Paese per andare a cercare fortuna e lavoro all'estero. Non cervelli delle grandi università, ma impiegati manovali e camerieri che in Italia non hanno lavoro e prospettive e pertanto fuggono, votano con i piedi.

In Italia non se ne parla troppo, come al solito, ma sembra che la perdita causata da queste energie che se ne vanno, calcolato il costo della loro piu' o meno alta formazione scolastica, sia di circa 40 mila euro per ogni "emigrato".

La crisi ha cambiato il mondo, ma non tutti l'hanno sofferta allo stesso modo. C'è chi ha saputo reagire. La Germania per esempio e non solo.

Evidentemente l'Italia non ha gli strumenti per reagire o sconta un ritardo talmente grande che il giovane diplomato o laureato - dopo i primi mesi o anni di tentativi andati a vuoto - preferisce prendere un volo low cost ed andare a Londra e Berlino a cercare lavoro.

E cosa succede?

Il giovane si prende un Bed & Breakfast a basso costo, dove alloggia qualche settimana, o si appoggia da amici e inizia la ricerca del lavoro.

Cameriere e lavapiatti per cominciare, nonostante la bella laurea alla reputata università italiana, pagata coi soldi ed i sacrifici dei genitori che per far studiare il figlio hanno rinunciato a qualche vacanza o ad una macchina nuova.

Il giovane volenteroso pero' non si perde di animo, impara la lingua del posto ed il secondo anno ottiene un lavoro migliore, nel call center, turni massacranti, ma salario decente, e ferie, e magari voli gratis a Melbourne se lavori per una compagnia.

Poi' ci sarà l'amore, il fidanzato o fidanzata, ci si trova una casa migliore, ci si avvicina al centro, si esce dalla periferia ed al terzo quarto anno si aspira anche ad un lavoro in linea con le aspettative universitarie, piu' o meno, se tutto va bene.

Ed eccolo il giovin italiano, forte della sua capacità di adattamento, intelligenza mediterranea, spirito di sacrificio, che in pochi anni si è fatto strada e naviga verso il suo futuro, oramai lontano dall'Italia, dalla famiglia di origine, dalla cultura italiana, dal mondo del lavoro italiano, fermo immobile familistico impermeabile.

Ma il giovin italiano, é felice?

I piu' sono felici, reagiscono con un certo astio verso la Patria e cercano di dimenticare l'Italia, come una madre che li ha trascurati.

Altri non riescono a dimenticare e si cullano in una romantica e poetica nostalgia sperando in un fantomatico ritorno nell'Arcadia abbandonata per forza maggiore.

Altri vogliono cambiare il mondo, o l'Italia, e si impegnano per far si che l'Italia sia un paese da amare e non da lasciare. Ma il tempo corre, il mercato non ha pietà e l'Italia non ha bisogno degli emigrati che sono giudicati, in fin dei conti, bocche da sfamare in piu' e non risorse intellettive europee moderne utili a rilanciare il Paese.

Il sistema italiano non é capace di trattenere i suoi figli e dopo averli ben educati nelle università - sebbene spesso i giovani siano rimasti un po' troppo a lungo a bivaccare negli atenei - li perde senza speranza di riaverli, una volta sistemati a Londra Berlino Parigi o chissadove in Europa o fuori, i giovani italiani torneranno nelle regioni di origine solo per le vacanze e per ritrovare i cari, e qualche bel piatto di pastasciutta con immancabile e gustosissimo caffettino della mamma. Niente di piu'.  

Una casa dei riformisti 2 - lunedì 7 luglio 2014

Mi sembra chiaro che identità, tradizione storia e software è quanto di più caro il PSI abbia e rappresenta la sua ragione di esistere.

Ora si tratta di far continuare questa tradizione, questa storia e questa identità.
La mia esperienza è quella del collegio estero Europa e posso ben dire che il patto con il PD, prima con IBC e poi alle europee, ci ha rimesso in gioco. In Svizzera in Germania e Belgio e Lussemburgo i partiti fratelli del PSE hanno sostenuto e aiutato il PSI in quanto alleato del PD. Questo ci ha dato visibilità e credibilità, cose rare di questi tempi per un piccolo partito.
Ora spetta a noi farci rispettare dal PD e crescere accanto al PD, attraverso alleanze e battaglie concrete.
In primis non bisogna avere paura di aprirci ad altri compagni ed accoglierli nella governance. Pensiamo a SEL, ai Verdi, alle associazioni, cui possiamo offrire una struttura ed una appartenenza al PSE e spazi per far valere le loro idee. Quanto alle proposte concrete ricorderei i temi importanti degli erasmus, degli italiani all’estero, dei professionisti e della Mitbestimmung.
Gli Erasmus sono il futuro dell’Europa e dell’Italia, energie giovani moderne internazionali e motivate, una panacea per un partito piccolo e tendente all’invecchiamento. Gli italiani all’estero sono il sangue dell’Italia, che se ne va a produrre e creare in altri Paesi, dove non si é ancora europei in un’Europa non ancora pienamente federale. I professionisti, specialmente praticanti avvocati, sono dei precari cui dare voce. Giovani spesso emarginati da una professione non regolata e che cercano un difensore che li faccia emergere dalla zona d’ombra del praticantato non retribuito e non garantito. In fine il tema della partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa che potrà aumentare produttività e salari e sfidare un sindacato conservatore nonché intercettare l’interesse dei compagni di SEL in cerca di autore.
Quanto a Renzi una sola cosa vorrei ribadire: Renzi ha compiuto un miracolo, ha rinnovato il mondo politico tramite i giovani. In Italia questo non era mai avvenuto. 

Una casa dei riformisti - mercoledì 11 giugno 2014
Una casa dei riformisti
Era forse il progetto di Martelli, quel partito democratico diverso da quello attuale di cui parlava il delfino di Craxi negli anni 80. Oggi tutto ha preso un’altra direzione, a dimostrazione che i piani non vanno mai come si pensava. La vita neanche. Il partito democratico l’hanno fatto PCI e DC. Le domande sul tavolo oggi sono molte e sembrano astratte, come sempre da quando partecipo alla vita del PSI. A destra a sinistra del PD, sopra, sotto o dentro.. L’idea del patto federativo pone la questione della autonomia. Sappiamo quanto i socialisti siano legati alla propria autonomia ed identità, altrimenti non sarebbero tali. La visione della storia, la non adesione iniziale al PD, fanno si che i socialisti siano altro e diversi da tutto, rivendichino quasi misticamente una verità diversa che tenacemente portano in se stessi e sperano di diffondere nella società. Sforzo inutile, si dirà, se si pensa che l’Italia ha problemi reali maggiori. E’ vero. Pero’ la politica e le idee contano. Sono il software che da’ il via alle decisioni e dalle soluzioni. E pertanto i socialisti rivendicano il software dei grandi padri del PSI da Turati a Rosselli a Nenni a Pertini a Saragat a Craxi e le grandi promesse del socialismo degli anni 80 che sembrano ripresi dal PD di oggi. Tutto finito, ovvio. Ma una famiglia si nutre anche di ricordi e di tradizioni, di radici e bandiere che, se non vengono rispettate, gettano cupi presagi sulla famiglia stessa. Oggi la domanda è come sempre il che fare ? Un PD al 40% e dichiaratamente riformista è un colosso immenso cui il PSI puo’ solo far solletico. Tuttavia il quadro politico è instabile. Il PD ha ottenuto un successo enorme per via della mancanza di alternative per gli elettori. Il che non significa che resterà al 40%. Il PD rischia di scivolare nel neocentrismo. Il bipolarismo non è confermato. La natura riformista del PD è tutta da provare. Tante sono le incognite. La collaborazione con il PD è stata ottima, deve durare, ma non puo’ determinare una fusione in esso. L’autonomia del PSI è il bene primario per un partito che è « altro », diverso, alternativo al PD per questioni di DNA e storia e software. L’unica certezza dovrebbe essere per il PSI di restare autonomo, visibile con il proprio simbolo per qualche anno, in modo costante, e lanciare dei segnali di aggregazione a nuove fette di società ed a partiti e tradizioni affini come SEL, i Verdi, i Repubblicani e Liberali di Scelta Civica e i Radicali, che sono meno visibili del PSI stesso e che non hanno prospettive. Solo dopo questo periodo potremmo valutare se la strategia ha portato frutti. Un tema che potrebbe essere importante propagandare è la Mitbestimmung, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle medie e grandi imprese. Un tema di sinistra e fortemente riformista. I vantaggi sono ovvi : la pace sociale, aumento della produttività e dei salari, la spinta delle imprese ad aggregarsi e diventare piu’ cometitive nel mercato globale. Direzione Germania. La Conferenza di giugno sia una occasione per invitare le parti di società a noi affini e discutere un tema forte come la Mitbestimmung, tutto nel nome e sotto il simbolo del PSI. Non Mollare.  

Epistulae ex Ponto - mercoledì 21 maggio 2014
Il PSI è presente nel Collegio Europeo, in diversi paesi, tramite le sue federazioni fatte di emigranti italiani, di prima seconda terza o quarta emigrazione. Siamo presenti in Svizzera, Francia, Belgio, Lussemburgo e Germania con federazioni più o meno consolidate. Il lavoro di rappresentanza non è mai cessato ed è stato rivitalizzato, da ultimo, grazie allo sforzo elettorale del compagno Domenico Mesiano che ha raggiunto circa 4 mila voti alle ultime elezioni legislative. Su quella base si è costruito e ricostruito il coordinamento del Collegio Europeo. Tuttavia il lavoro da fare è ancora molto. La presenza del PD ha surclassato le strutture del PSI in Europa ed i patronati e le associazioni storiche dell’emigrazione italiana sono tutte passate – quelle di riferimento – nelle file del PD. Il patto federativo stipulato tra PSI e PD – così come il patto Italia Bene comune in precedenza – ha tuttavia rimesso in gioco il PSI. Stiamo pertanto riaprendo tutti I canali comunicativi con le persone di appartenenza storica al PSI, con le sezioni del PD, con i patronati, con le associazioni regionali, culturali e di assistenza. Abbiamo un ottimo rapporto con i partiti fratelli del PSE, a livello locale e centrale. Il Collegio Europeo, tramite le sue federazioni, ha organizzato un tesseramento che ci permette di mappare la presenza del PSI e, da lì, ripartire per costruire una rete europea che è condizione necessaria per avere un buon risultato alle prossime elezioni legislative. E’ fondamentale per tutte le federazioni essere attive e vigili e difendere l’autonomia del PSI pur cercando contatti con le altre forze della sinistra. E’ fondamentale che il PSI dia, da Roma, il supporto morale alle federazioni estere e dimostri la vicinanza a quegli italiani che da anni sono fuori dal proprio Paese, ma che portano avanti con passione e coraggio una battaglia di identità nazionale e partitica encomiabile. Il Collegio Europeo deve ristrutturarsi, ma deve soprattutto crescere intercettando i nuovi emigrati italiani e gli Erasmus. A tal fine alcune iniziative mirate dovranno partire anche dal PSI nazionale che non potrà non considerare la numerosa emigrazione italiana dei laureati degli ultimi anni. Laureati che lasciano l’Italia per avere un futuro normale. Sarà l’Italia, tuttavia, a non avere un futuro se il flusso di emigrazione non sarà invertito. Questo tema va affrontato con iniziative mirate a rinforzare l’AIRE (Anagrafe degli italiani all’estero), organizzando banche dati centralizzate dove reperire i Curricula dei professionisti che lavorano oramai all’estero, ed organizzando il rientro in Italia dei professionisti e laureati, anche tramite sgravi fiscali per la loro assunzione.  

Federazione PSI Svizzera - lunedì 5 maggio 2014
Si é riunita a Bremgarten vicino Zurigo la Federazione  PSI della Svizzera. Alla presenza delle sezioni di Bienna Winterthur Bremgarten Zurigo e Dietikon si é discusso delle elezioni europee, del patto federativo PD e PSI e dei rapporti con il PS svizzero e con i patronati.

 

Notizie dal Congresso europeo dei giovani socialdemocratici (da Formiche.net di Federico Quadrelli) - domenica 4 maggio 2014

Nel giorno della liberazione, una data fondamentale, è iniziato a Berlino il congresso europeo dei giovani socialdemocratici.

Un’organizzazione perfetta, un calendario fitto di discussioni, workshop e dibattiti, riguardanti svariati temi: educazione e formazione, erasmus, disoccupazione giovanile, la crisi economica, l’Europa e il suo futuro. All’evento, che si chiude domani mattina, partecipano centinaia di ragazzi e ragazze dai 16 ai 35 anni, che si riconoscono nei valori del Partito Socialista Europeo, e che sostengono tutti insieme, Martin Schulz come candidato alla Presidenza della commissione europea.

Ci sono stati interventi davvero molto interessanti, ospiti la Presidente dei giovani socialisti francesi, Laura Slimani e la Segretaria degli Jusos tedeschi, Joahanna Uekermann. Hanno partecipato ai vari panel anche professori della Frei Universitaet e dell’Università di Bremen.

La discussione principale è stata: perché l’Europa non investe nei giovani? Il fondo dedicato ai giovani è un programma ben fatto, che sulla carta è favoloso: mancano i soldi. Questo è il mantra con cui vengono chiuse le discussioni, ancora prima di averci provato. Eppure, come recita il motto della campagna jusos che è stata conclusa oggi, come dimostrazione con corteo, è “i soldi ci sono, ma non per noi” a sottolineare la pura retorica della dirigenza politico-economica europea. Si parla tanto di giovani e le risorse ci sono, ma non vogliono fare questo investimento.

E così la discussione prosegue sul “significato dell’Europa” oggi e per i giovani. Dice la Presidentessa dei socialisti francesi che ci vogliono “prove d’amore” e che l’Europa non ha dimostrato in questi anni alcun amore per i giovani e che non può pretendere oggi, proprio in vista delle elezioni, che queste stesse persone facciano un atto d’amore per chi non si è affatto interessato di loro.

Le discussioni dei workshop, seppur teoriche e spesso poco centrate sui temi concreti, hanno toccato aspetti cruciali e fondamentali, su cui tutti dobbiamo lavorare: partecipazione dei cittadini, non solo con il voto, alle decisioni che li riguardano, un’Europa più unita e sopratutto più vicina ai problemi delle persone.

Ecco un bell’esempio di impegno politico dei giovani, che vogliono esserci e che dovrebbero essere ascoltati. Nella SPD gli Jusos hanno un ruolo importante, specialmente nella mobilitazione delle persone giovani e nell’organizzazione di eventi di propaganda. Dalla Germania un’altra lezione di come si può fare buona politica, partendo dalle persone.

di Federico Quadrelli - Presidente Circolo PD Berlino

 

Riportare gli italiani in Italia - venerdì 2 maggio 2014
Credo che al di la di ogni inutile nazionalismo - in un'era di globalizzazione - sia fondamentale prendere atto delle questioni legate alla competizione economica fra paesi. Inevitabile, forse promossa financo, un po' derivante dalla teoria dei giochi, chissà, comunque esistente. Ed allora non pare lungimirante formare studenti e professionisti per poi mandarli a lavorare all'estero per sempre. Se il progetto Erasmus ed alcuni anni di esperienza professionale all'estero sono una formazione culturale e professionale in linea con i dettati dell'Europa unita, è altrettanto legittimo riportare in Italia questi professionisti affinché producano in Italia. Andrebbero pertanto potenziati gli AIRE per avere una mappatura delle presenze professionali italiane all'estero e poi creare un data base centrale a Roma per convogliare i professionisti nel mercato italiano, anche facilitando tale ingresso con sgravi fiscali importanti. Riportare gli italiani in Italia è un dovere per uno Stato lungimirante. 

PARIGI - 25 aprile e Rivoluzione dei Garofani - venerdì 25 aprile 2014
Festa della Liberazione e Rivoluzione dei Garofani: un 25 aprile insieme, con Mario Soares e Guglielmo Epifani 

Cosa ne pensa il PSE dell’Agenda 2010 di Schroeder? - martedì 8 aprile 2014
Non è facile semplificare all’interno delle tante anime socialiste d’Europa. Abbiamo molti paesi, ci sono tante tradizioni, chi si chiama socialista, chi democratico, chi socialdemocratico e chi laburista. Pero’ qualche cosa è successo negli ultimi anni, prima della crisi, ma è passato in sordina, non se ne é parlato molto. Poi è arrivata la crisi e tutto cio’ che evocava riformare lo stato sociale ed il mercato del lavoro è diventato tabu’ per le sinistre europee. L’Agenda 2010 di Schroeder aveva prodotto una serie di contestate innovazioni nella economia tedesca che sembrava aver perso lo slancio degno di una locomotiva d’Europa. Arrivo’ Schroeder che con piglio eretico e riformista – e con l’aiuto fondamentale della Mitbestimmung – sconfisse le opposizioni interne al Paese ed al partito ed impose una serie di riforme i cui frutti sono caduti nelle pronte mani della Merkel. Tuttavia nè la SPD ne’ la sinistra d’Europa nè la sinistra d’Italia hanno mai plaudito a quella serie di riforme che hanno rappresentato in vero l’unica svolta della sinistra degli ultimi anni in Europa. Al contrario il PSE e tutti i paesi membri si sono lanciati in una campagna assoluta in senso opposto, quasi di natura pregiudiziale, sperando di ricevere il voto dei piu’ colpiti dalla crisi, in costante aumento e difendendo un modello « sociale » che – come spesse volte accade – risulta essere inadeguato a difendere gli interessi di quel ceto cui si rivolge perché ne opprime le « opportunità ». Senonché il coraggio di Schroeder poteva servire da modello e poteva determinare l’occasione delle sinistre europee di diventare mature, di affrontare la realtà concreta ed imboccare la via della crescita e della competitività. Era la strada indicata da Schroeder quella giusta ? Un paese non competitivo – in una economica globalizzata – fa il bene dei propri cittadini ? Non saprei dire con certezza, ma di sicuro se ne è parlato poco, troppo poco, per un Cancelliere che ha innovato con coraggio la socialdemocrazia tedesca e rimesso in moto l’economia della grande locomotiva d’Europa.  

Festa Europea - 5 aprile a Berna - giovedì 27 marzo 2014
FESTA DELL’EUROPA 5 APRILE Il 5 Aprile 2014 si terrà al Kornhausforum, nel cuore di Berna, la Festa dell’Europa organizzata dal PS Svizzera e dal PD in Svizzera, insieme ad altri partiti socialdemocratici. La Festa dell’Europa è stata organizzata per far incontrare nella Capitale svizzera militanti, dirigenti, candidati e leader europei del PSE & Democratici. Sarà una grande opportunità sia per favorire nuovi incontri, scambi di idee e di dialogo tra cittadine/i europee/i in un ambiente amichevole, sia per ottenere ulteriori informazioni sulle elezioni europee 2014. Le festa dell’Europa 2014 sarà l’evento mediatico dell’anno al quale assieme a Christian Levrat, presidente nazionale del PS Svizzera, ospiterà personalità politiche europee. A partire dalle ore 14.00 del 5 aprile, oltre ai dibattiti politici la festa ospiterà artisti, concerti, e non mancheranno specialità gastronomiche italiane. Programma provvisorio: 14h – inizio 14h30 – Benvenuto di Christian Levrat, presidente nazionale del PS Svizzero, evento mediatico con la partecipazione di vari politici nazionali ed internazionali, tra i quali Gianni Pittella, vicepresidente del Parlamento europeo. Ab 15h30 – Aperitivo 16h – Souvenir d’Italie (musica italiana) 17h – discorsi dei candidati per il Parlamento europeo Ab 18h – Cena con specialità italiane della Casa d’Italia di Berna 19h – Hechizo Flamenco Group Dalle 20h – Musica italiana  

Dare voce a chi ha bisogno - giovedì 20 marzo 2014
Piu' volte mi sono chiesto quale fosse il ruolo dei socialisti oggi. E' una domanda fondamentale per un partito all'uno per cento. Quando un PD appena entrato nel socialismo europeo esprime un Premier pop e mediatico con aspirazione maggioritaria al massimo. A cosa servono i socialisti. I socialisti servono - senza retorica - a quello che sono sempre serviti: dare voce a chi ha bisogno. Cambiano i bisogni, cambiano le comunità da esprimere, cambiano i mezzi, ma alla base c'è sempre il bisogno. Bisogno di essere ascoltati, bisogno di essere rappresentati, protetti, aiutati, capiti, emancipati. Bisogno di essere, punto. Compito dei socialisti è andare a scovare nella società quelle sacche dimenticate, sfruttate, incomprese, inascoltate che necessitano un rappresentante, un protettore, un avvocato. Perché non puo' farlo il PD? Certo che puo' farlo il PD, la domanda è se potrà farlo. Se avrà il tempo per occuparsi di tutti. In questo i i socialisti potranno essere un valido supporto nel cercare e proteggere gli emerginati, gli esclusi, i bisognosi, i senza tutele, dando loro una voce a livello nazionale e facendo arrivare le loro richieste fino in Parlamento. Come funziona la democrazia. Elezioni Europee E’ con particolare interesse che interveniamo nel dibattito sul che fare alle prossime elezioni europee. Eh si perché un conto è parlare di Europa, ed un conto è vivere al di là delle Alpi. E noi ci siamo da anni, e viviamo le famose e pluridescritte “differenze culturali”, linguistiche, razziali financo, e come diceva Bettino Craxi: non sempre è un paradiso, l’Europa, anzi. Un partito come il PSI, europeo ed internazionale per vocazione e fondatore del PSE, deve utilizzare al meglio queste risorse umane, quelle presenti nel Collegio Europeo e quelle europee presenti in Italia, come gli Erasmus. Noi del Collegio Europeo abbiamo da tempo proposte concrete per il PSI e vorremmo ribadirle ancora una volta. In primis il PSI deve crescere “da solo”. Non si può continuare a fantasticare improbabili annessioni o fusioni magiche con le sinistre antagoniste o con i grandi fratelli democratici. Il PSI deve andare a prendere i voti dove sono. Questo significa andare a prendere i voti nel NCD o in FI se occorre, magari con il garofano all’occhiello a riprendere i nostri voti. Occorre andare dagli Erasmus italiani e parlargli di Europa con il linguaggio giusto di chi conosce quella comunità. Occorre andare a prendere i voti dai professionisti sottopagati e senza tutele così come da tutti gli emarginati, esclusi, senza protezione e comprensione. Occorre andare a dire ai lavoratori che tramite la Mitbestimmung potranno decidere se accettare riduzioni salariali tipici della agenda 2010 di Schroeder o se vorranno opporvisi, sedendo nel Consiglio di Sorveglianza della azienda. Occorre puntare sui diritti civili. Occorre andare a prendere i voti dove sono, perché così funziona la democrazia, in un circolo virtuoso fra l’ambizione di voler crescere e la esigenza di essere rappresentati in Parlamento. Dare voce a chi ne ha bisogno, questo il compito del PSI, perché è giusto e perché ci farà crescere. Ma possiamo contare solo su di noi. Il Collegio Europeo con le sue federazioni è a disposizione come ha già dimostrato in varie occasioni elettorali. Se presentare il simbolo oppure no, se agganciarsi al PD oppure andare da soli, sono domande retoriche perché, purtroppo, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia, e quello che conta è crescere nella società, aumentare consensi, visibilità, attrarre militanti, recuperare vecchi compagni, rimotivarli, e tornare a competere per davvero.  

Vaghe stelle dell'Orsa - mercoledì 5 marzo 2014
Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea Tornare ancor per uso a contemplarvi Sul paterno giardino scintillanti, E ragionar con voi dalle finestre Di questo albergo ove abitai fanciullo, E delle gioie mie vidi la fine.  

Avvocati Mitbestimmung Laicita Erasmus - lunedì 24 febbraio 2014
I liberi professionisti italiani sono tali solo sulla carta. Gi avvocati, praticanti, sono dei lavoratori subordinati senza contratto. Dovremo prendere in considerazione questa situazione e porvi rimedio. La mitbestimmung è una soluzione non economica ma di Corporate Governance ed appare la piu' idonea a d evitare future crisi speculative. La laicità è un principio fondamentale di libertà e liberalismo che lascia agli uomini il diritto di scegliere quale morale adottare, con l'ovvio limite della tutela dei beni altrui. Religion Privatsache si diceva. Ed allora perché lo stato dovrebbe imporre una religione e/o morale? In fine l'Erasmus, proporre un Erasmus della politica per avvicinare popoli culture e cittadini alle questioni pubbliche. 

Kiev - venerdì 21 febbraio 2014
L'Europa cosi come è, è solo un sogno che non puo' dare alcuna garanzia a chi vuole entrarne a far parte. L'Ucraina, come la Bielorussia e gli stati satelliti dell'ex URSS sono trascurati dall'Europa, intimorita dal "gigante" russo. Eppure l'Europa è una Confederazione di quasi 500 milioni di abitanti. La Guerra Fredda allunga la sua ombra sugli anni 2000, e chi pensava di averla frettolosamente archiviata, anche per ragioni politiche interne, si dovrà accorgere che cosi' non è. http://www.avantidelladomenica.it/site/ArtId__508/357/210-Leonardo_Scimmi_-_Dalla_Ostpolitik_alla_Osterweiterung.aspx  

The Spinelli Project - martedì 11 febbraio 2014
The Spinelli Project What is this new project? Something to spend more money? Like the Erasmus project and the Leonardo project, we need now to finance a project for the politics. Young students and workers are not enough to build up Europe. Politics is missing, and suffering a reputational damage. We need to push young people closer to politics, which is the heart and future of europe. More than economics, Europe will grow out of politics. The illusion to build up Europe out of economics based on the Marxist and liberalism ideas that everything derives from economics, is false. Mankind move think and feels out of ideas culture language and knowledge. Mankind is not driven only by consumes. Europe can not be a trade off between interest rates and sales after Christmas. We need a political soul for Europe and the youth people will find it in the exchange in other countries political institution, an exchange very similar to the Erasmus exchange but called Cicero project. Every young person must be financed for a term to be spent in another country attending an experience in the Parliament, in the Government in Party Headquarter etc etc. This way we can make sure that people are motivated to make politics and to build a Europe with values, with ideas and shape really European, avoiding national interest burdens and nationalism.  

Sharesholders Value - from the movie Other's people money - mercoledì 15 gennaio 2014
Amen, and amen, and amen. You'll have to forgive me, I'm not familiar with the local custom. Where I come from, you always say 'Amen' after you hear a prayer. Because that's what you just heard - a prayer. Where I come from, that particular prayer is called 'The Prayer for the Dead.' You just heard The Prayer for the Dead, my fellow stockholders, and you didn't say, 'Amen.' This company is dead. I didn't kill it. Don't blame me. It was dead when I got here. It's too late for prayers. For even if the prayers were answered, and a miracle occurred, and the yen did this, and the dollar did that, and the infrastructure did the other thing, we would still be dead! You know why? Fiber optics. New technologies. Obsolescence. We're dead, alright. We're just not broke. And do you know the surest way to go broke? Keep getting an increasing share of a shrinking market. Down the tubes. Slow, but sure. You know, at one time, there must've been dozens of companies making buggy whips. And I'll bet the last company around was the one that made the best god-damn buggy whip you ever saw. Now how would you have liked to have been a stockholder in that company? You invested in a business and this business is dead. Let's have the intelligence, let's have the decency to sign the death certificate, collect the insurance, and invest in something with a future. 'Ah, but we can't,' goes the prayer. 'We can't because we have responsibility, a responsibility to our employees, to our community. What will happen to them?' I got two words for that - 'Who cares?' Care about them? Why? They didn't care about you. They sucked you dry. You have no responsibility to them. For the last ten years, this company bled your money. Did this community ever say, 'We know times are tough. We'll lower taxes, reduce water and sewer.' Check it out: You're paying twice what you did ten years ago. And our devoted employees, who have taken no increases for the past three years, are still making twice what they made ten years ago. And our stock - one-sixth of what it was ten years ago. 'Who cares?' I'll tell ya -- Me. I'm not your best friend. I'm your only friend. I don't make anything. I'm makin' you money. And lest we forget, that's the only reason any of you became stockholders in the first place. You wanna make money! You don't care if they manufacture wire and cable, fried chicken, or grow tangerines! You wanna make money! I'm the only friend you've got. I'm makin' you money. Take the money. Invest it somewhere else. Maybe, maybe you'll get lucky and it'll be used productively. And if it is, you'll create new jobs and provide a service for the economy and, God forbid, even make a few bucks for yourselves. And if anybody asks, tell 'em ya gave at the plant. And by the way, it pleases me that I'm called 'Larry the Liquidator.' You know why, fellow stockholders? Because at my funeral, you'll leave with a smile on your face and a few bucks in your pocket. Now that's a funeral worth having!  

Stakeholders Value - from the movie Other's people money - mercoledì 15 gennaio 2014
This proud company, which has survived the death of its founder, numerous recessions, one major depression, and two world wars, is in imminent danger of self-destructing - on this day, in the town of its birth. There is the instrument of our destruction. I want you to look at him in all of his glory, Larry 'The Liquidator,' the entrepreneur of post-industrial America, playing God with other people's money. The Robber Barons of old at least left something tangible in their wake - a coal mine, a railroad, banks. This man leaves nothing. He creates nothing. He builds nothing. He runs nothing. And in his wake lies nothing but a blizzard of paper to cover the pain. Oh, if he said, 'I know how to run your business better than you', that would be something worth talking about. But he's not saying that. He's saying, 'I'm gonna kill you because at this particular moment in time, you're worth more dead than alive.' Well, maybe that's true, but it is also true that one day, this industry will turn. One day when the yen is weaker, the dollar is stronger, or, when we finally begin to rebuild our roads, our bridges, the infrastructure of our country, demand will skyrocket. And when those things happen, we will still be here, stronger because of our ordeal, stronger because we have survived. And the price of our stock will make his offer pale by comparison. God save us if we vote to take his paltry few dollars and run. God save this country if that is truly the wave of the future. We will then have become a nation that makes nothing but hamburgers, creates nothing but lawyers, and sells nothing but tax shelters. And if we are at that point in this country, where we kill something because at the moment it's worth more dead than alive - well, take a look around. Look at your neighbor. Look at your neighbor. You won't kill him, will you? No. It's called murder and it's illegal. Well, this too is murder - on a mass scale. Only on Wall Street, they call it 'maximizing share-holder value' and they call it 'legal.' And they substitute dollar bills where a conscience should be. Damn it! A business is worth more than the price of its stock. It's the place where we earn our living, where we meet our friends, dream our dreams. It is, in every sense, the very fabric that binds our society together. So let us now, at this meeting, say to every Garfield in the land, 'Here, we build things. We don't destroy them. Here, we care about more than the price of our stock! Here, we care about people.' Thank you.  

Edgar - martedì 14 gennaio 2014
Edgar Karg in Bayern Dopo estenuanti discorsi sulla cultura italiana a confronto con quella tedesca nella cucina della Wohngemeinschaft, Edgar si lanciava nella proposta indecente di una innocente passeggiata nel parco di fronte allo studentato. Il Vollmond splendeva azzurro e argento nel cupo cielo bavarese. A corto di coraggio faceva appello alla fantasia. O meglio alla Poesia – come spesse volte sarebbe accaduto – e presa la mano della giovane valchiria con rigorosa coda di cavallo bionda, lascio’ fluire le dolci parole del Poeta: Bleibe, bleibe bei mir, Holder Fremdling, süsse Liebe, Holde süsse Liebe, Und verlasse die Seele nicht! Ach, wie anders, wie schön Lebt der Himmel, lebt die Erde, Ach, wie fühl ich, wie fühl ich Dieses Leben zum erstenmal! Goethe non poteva fallire e tra l’entusiasmo della sua pronuncia alla Trappattoni ed i rumori segreti del parco notturno, un bacio indimenticabile univa le loro giovani vite, paesi, culture. 

Mitbestimmung per il lavoro - martedì 14 gennaio 2014
Buon lavoro diceva Galliani e forse aveva ragione. Un partito di sinistra è per definizione laburista. Ma è laburista chi laburista fa, si direbbe. Ed allora perchè non proporre un istituto che ne contiene molti altri dentro, una rivoluzione nel sistema delle relazioni industriali. Perchè non presentare una proposta di legge unica sulla Mitbestimmung in Italia. Questa la vera novità, questa la vera rivoluzione. Inserire i lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese manifatturiere bancarie etc. Questo significa avere coraggio. Tutto il resto seguirà come necessaria conseguenza delle trattative in Consiglio di Amministrazione. La vera domanda è: a chi appartiene l'azienda? E la risposta non è piu': agli azionisti. Perchè i lavoratori - con le loro vite - sono azionisti anch'essi. Diamogli allora voce in Consiglio di Amministrazione, una buona volta, senza divisioni di classe, per il bene della pace sociale e della produttività italiana. 

The Cold War, the Devil and Industrial Democracy - martedì 17 dicembre 2013
The Cold War, the Devil and Industrial Democracy by Old Sport - giovedì 22 novembre 2012 - martedì 13 novembre 2012 The Cold War, the Devil and Industrial Democracy Leonardo Scimmi The economic crisis has been good to Hollywood. For all the funding problems and financial fears that the ongoing global downturn has caused Tinseltown, the crisis itself has made for a flurry of great, liberal/leftist movies, with Inside Job - winner of the 2010 Academy Award for Best Documentary – and the HBO television drama Too Big to Fail being among the most prominent. Yet what is remarkable about these movies is not so much the enthusiasm with which Hollywood has seized upon the economic apocalypse as the extent to which they lend credence to the suspicion that the crisis is something of a self-fulfilling prophesy. It’s all down to the intellectual anachronisms which have come to seduce the left. Suffused with a very American sense of anti-Americanism, films like Inside Job and Too Big to Fail have dusted down and repackaged the ideological wares of an earlier generation. In the wake of the collapse of Lehman Brothers, Freddie Mac, and Fannie Mae in the financial meltdown of 2008 and with the Europe still struggling to contain the mounting sovereign debt crisis, leftists of every kind – from Communists to social democrats, and from Democrats to European liberals – have been all too happy to dig out old political chestnuts that had been buried away since the end of the Cold War. The free market, it is thought, has failed. As the snowball effects generated by the reliance on spread rates and ratings agency seemed to demonstrate, human beings were manifestly fallible, and ordinary people have been forced to pay the price as poverty and unemployment have increased across the globe. As Inside Job and Too Big to Fail implicitly suggest, the state needs to step in to save the world from the market. The problem with this approach – which has come to dominate not merely the thought of Hollywood documentary makers, but also the platforms of left-wing policy makers – is that it simply doesn’t work. If Freddie Mac and Fannie Mae were not enough evidence of colossal difficulties involved, the Greek crisis illustrates that the influence of the market is too pervasive and complex to be remedied by something as unsubtle and uncompromising as state intervention. The statist character of contemporary left-wing thought is testimony to a degree of lazy thinking. Arguably, the intransigent criticisms of unrestrained free-market economics have effectively tied the left to the dream of centrally-planned national economies and precluded leftist actors from re-evaluating the foundations of their approach to the market. The left needs to start viewing the financial meltdown as an opportunity for transformation and re-invention, a turning-point in history which – like all other moments of change – comes with painful and harmful collateral effects. This, however, only begs the question of what change the left should embrace. There are perhaps three main avenues which the left might choose to pursue. The first naturally concerns immediate responses to the crisis. Rather than trying to shore-up failing economies with measures that will only make the inevitable crash worse, the left needs to accept that economic collapse could have the beneficial effect of re-balancing the rights and obligations incumbent upon citizens. This ‘brave new world’ could well be precisely the sort of thing that a leftist might welcome. Theoretically, we should end up with a situation in which all taxpayers consciously take their share of public debt, the reduction of unnecessary expenditure frees up funds to be used constructively for the benefit of whole economies, and voters’ political stake in government is made more apparent. In policy terms, this means accepting harsh and possibly painful austerity now in the expectation of the emergence of a more socially democratic political economy and the pursuit of equitable growth in future. The second potential avenue of development concerns Europe. It is an unfortunate feature of statist thought that it is inherently national in character, and thus effectively retards support for any further European integration. Fears of Germany in particular are running high, especially in Greece, and those of a statist outlook are unwilling to contemplate succumbing to a Teutonic Europe. Yet perversely enough, Germany’s history offers a model for the future. Two centuries ago, Prussia led the way in leading Germany from a collection of independent statelets loosely collaborating in the Zollverein to a fully united state that was economically and politically powerful. Whether we like it or not, the integrated character of the European economy makes it ludicrous to pretend that we can continue to deal with future crises as a continent of independent states. We need to acknowledge that the crisis can further the European dream, and that Germany can play an extremely positive role in creating a fully unified Europe. Only Germany can spearhead such a development, and only with a politically and economically united Europe can we build a strong, prosperous, and even social Europe for the future. The third avenue entails the shedding of old dichotomies. The repeated failure of successive bailouts to major banks and to states clearly demonstrate that it is impossible to go on thinking in terms of state or market, private or public, regulation or freedom. It’s no longer viable to persist with the old statist mindset. Instead, the left needs to recognize that social democracy can be achieved through different means, means which acknowledge the intimate and complex relationship between the various components in a globalised economy, and which offer more flexible options in a changing world. The solution involves learning from business. One commonly accepted view is that a company, bank, or factory is not an asset belonging merely to the shareholders, but an asset which belongs to all the people involved in the life of the enterprise. All these stakeholders are then called upon to share information and participate equally in decision making. It’s a model which works, and the left can take much from. Rather than relying on artificial distinctions between private and public, and between a global economy and local states in approaching the crisis, the left needs to accept that a better way of solving economic problems is to allow individuals to be well informed and to share in decision makings through precisely this system of codetermination (Mitbestimmung). All actors in the functioning of an economy can be involved equally to arrive at a constructive solution; and once set in motion, such a structure would function by itself. There is no need for states to resort to legislation or to follow or reject the market: a system of codetermination would naturally harmonise the market with the interests of other involved actors completely and all of the time. But ultimately, there is no way of being precise about this: it’s a matter of casting off the clothes of the past and diving head-first into new waters. There’s no doubt that with the economic crisis still ongoing, it will be a difficult journey, but unhampered by the dead-weights of false dichotomies, the left may swim deeper and find new treasures in which all can share. Leonardo Scimmi  

Austerity and Grosse Koalition - lunedì 16 dicembre 2013

Ci sono due punti che non convincono nella politica europea di oggi, soprattutto a sinistra. Uno è la inconciliabilità della propaganda di sinistra con l’azione politica.

L’altro è la falsa divisione fra sostenitori della « Austerità » e sostenitori dello « Spending », o  – geograficamente – la divisione fra Paesi del nord e del sud.

Il primo riguarda quello che sta succedendo in Germania, dove una Cancelliera di ‘ferro’ super decorata, non può formare da sola, per un pugno di seggi mancanti, un governo nonostante la chiara vittoria politica alle elezioni ed inizia trattative per una Grosse Koalition con la SPD.

E’ già successo in passato ed il problema riguarda soprattutto la forma istituzionale tedesca, ma ancor di più riguarda la SPD.

La SPD propaganda – in linea con le politiche del Partito Socialista Europeo – una politica di espansione, di crescita, di spending, tutto il contrario della Austerità. Tuttavia alla prima occasione utile entra in gioco per un patto di governo – Grosse Koalition – con il campione della Austerità.

Ovvio che gli elettori, la base, restino sconcertati, confusi, traditi e, infine, perdano motivazione nel votare SPD.

Allora delle due l’una: o la SPD sbaglia a fare propaganda contro l’Austerità o sbaglia ad entrare nella Grosse Koalition. Ma in verità potrebbe anche esserci una terza possibilità, e cioè che le politiche anti Austerità sostenute dalla SPD siano solo la vetrina, un’operazione di facciata che cela in realtà la convinzione germanica, e non partitica, che l’Austerità sia una necessità inevitabile.

E qui subentra il punto due della nostra premessa, e cioè che in realtà non si tratta di due visioni diverse dell’economia, ma di altro.

I Paesi del nord – Germania innanzitutto – sanno con certezza che nel sud d’Europa vi sono ancora larghi margini per tagliare e ridurre la spesa pubblica. Sanno bene che le inefficienze sono ancora lì, nella burocrazia, nei favoritismi, nelle consulenze, nei super stipendi e utilizzano la leva del 3% per imporre riforme « lineari » e politiche ai popoli del sud. Questi si ribellano, ma hanno pochi argomenti contro l’efficienza nordica, se non invocare una crociata anti ideologica (contro l’Austerità) sulla base di politiche economiche altrettanto ideologiche (neo – keynesianesimo).

Invocare l’« espansione » economicha dello « spending » è un astuto argomento, ma non coglie nel segno. Il problema sono gli sprechi, le sacche di inefficienza, le strade da finire, le infrastrutture fatiscenti, gli stipendi e le pensioni ingiustificate e via dicendo. E la Germania lo sa bene.

Per la sinistra italiana, finiti gli anni ottanta della contrapposizione comunisti – socialisti, e pur considerando le acrobazie verbali di alcuni protagonisti italiani a sostegno del « riformismo audace », la vera questione si gioca sulla politica di Gerard Schroeder. Tedesco di ‘ferro’ anche lui, turbo-capitalista per alcuni, sinistra Brioni – Cohiba per altri, e senza dubbio esponente della Toskana Fraktion della SPD, ma infine l’unico che ha imposto con la sua Agenda 2010 una svolta alla sinistra europea, una svolta vincente per la SPD e per la Germania, fatta di tagli e crescita, a testimoniare che essere di sinistra è ancora e soprattutto fare la crescita economica.

Il PSI, il PD, il PSE sono a favore o contro le politiche di Gerard Schroeder?

Su questo discrimine si gioca la partita a sinistra di oggi, quella che un tempo divideva riformisti e massimalisti, razionalisti e fondamentalisti e che oggi divide, a nostro avviso, pragmatici e ideologizzati.

 

Scomposizione e ricomposizione - domenica 20 ottobre 2013
Scomposizione e ricomposizione dello scenario politico e partitico italiano E con particolare felicità che prenderemo la via del terzo Congresso del PSI, a Venezia, nella citta’ di Giacomo Casanova, famoso per le sue avventure licenziose si, ma non solo libertino, bensi anche diplomatico letterato uomo d’affari e libero pensatore, corrispondente di Re e filosofi, da Parigi a Berlino a San Pietroburgo. Un esempio del secolo dei Lumi che ci ha tramandato una ricca fotografia di un secolo che ha cambiato la Storia. E come diceva il Casanova non esiste la storia ma esistono gli storici. Beh, nonostante gli « storici » piu’ superficiali o interessati abbiano infangato il PSI, il PSI esiste ancora oggi; nonostante gli attacchi mediatici che volevano ucciderlo, il PSI esiste per rilanciare la sinistra riformista d'Italia, perché il PSI è il software della sinistra italiana, la mente che nel secolo scorso elaboro' teorie e programmi sempre all’avanguardia in economia, nei diritti civili, nel diritto del lavoro. La questione Socialista I socialisti sono la forza che spinge il progresso da sempre e non possono rinunciare all'arduo compito che la Storia, non gli storici, gli ha assegnato. Il PSI ha elaborato i Meriti e Bisogni ponendo in anticipo di decenni le basi per la riuscita dei laburisti di Blair e dei socialdemocratici di Schroeder. Erano all’avanguardia negli anni ‘80 ed oggi che il mondo e cambiato totalmente i socialisti hanno gli strumenti ed il software per interpretare il cambiamento e governarlo. La questione socialista – tema sempre trascurato dai media e dal Parlamento - è ancora aperta ed oggi si assiste alla famosa scomposizione e ricomposizione dello scenario politico e partitico italiano che è preludio alla formazione in Italia di un Parlamento corrispondente a quello Europeo, con un partito socialista, uno popolare, uno liberale, uno verde etc. Una scomposizione attesa per 20 anni ed una ricomposizione che seguirà non il conflitto personale fine a se stesso, ma le grandi idee che sono alla base della nascita dei partiti europei. Per i socialisti : la giustizia sociale. Non si puo’ ignorare che la crisi del PDL determina la fine di un periodo transitorio – il bipolarismo - malaugurato per l’Italia e che il posizionamento del PSI oggi specialmente è strategico per il recupero di una visibilita nei media e nel Parlamento e nel Paese. Questa è la strada ed il PSI ha il compito di inseguire adesso, creando i presupposti per la fine della diaspora socialista recuperando i voti socialisti che hanno perso - con la fine della conflittualità cronica legata alla figura di Berlusconi – ogni ragione di essere collocati nel centrodestra. Il PSE Altro fondamentale obiettivo del PSI è promuovere la creazione di un solo partito socialista con PD e SEL. Creare i presupposti perché le elezioni europee del 2014 siano l’occasione finalmente di porre fine alle separazioni a sinistra, tra riformisti e massimalisti, tra socialisti e comunisti, tra socialdemcratici e socialisti, fra contestatori ed entristi. Tutto cio ?dovrà trovare soluzione nella bandiera del PSE, che accoglie partiti e famiglie con radici comuni, socialiste nel nome e nei valori. Il giorno in cui il PSE sarà propagandato in via diretta in Italia come negli altri paesi, che senzo avrà spacchettare l’offerta del brand in tre simboli o nomi differenti ? Questa ripartizione sarebbe solo una deboloezza controproducente e perderà di senso man mano che il tasso di europeismo degli elettori e delle propagande partitiche aumenteranno. La Crisi D’altra parte il sostegno delle politiche di supporto della domanda, sulla scia delle guidelinea del partito socialista europeo, non puo essere incondizionato. E' ora di riflettere anche sulle scelte di un PSE che sembra inchiodato ad una visione non ortodossa della economia che non tiene pero’ conto ne’ dello stato dei bilanci nazionali ne dell’opinione pubblica che non crede ai miracoli del deficit spending e continua a premiare il partito della Merkel. La Merkel vince, il PSE perde. Le Grandi Coalizioni aumentano in Europa e non solo a causa dello strapotere delle lobby finanziarie, ma per ovvie esigenze di contenimento di rischi default; giusto o sbagliato che sia il sistema dei mercati finanziari oggi è dominante, difficilmente contrastabile e – soprattutto – l’unico disponibile. Il mercato è globale, gli stati no. Il mercato è il tutto, gli stati sono la parte. Se il mercato ha bisogno dello stato in tempi di crisi, lo stato ha bisogno del mercato sempre per scambiare merci. Occorre a volte anche il coraggio di mettere in discussione alcuni punti che sembrano piu’ derivare da una visione ideologizzata che da una analisi concreta dei fatti. Spendere di piu’ a debito (come chiede il PSE) o tagliare i servizi per i piu’ deboli (come fanno i conservatori) sono scelte senza coraggio perché nessuna potente lobby è toccata. Al contrario per fare i tagli necessari in Italia ci vuole il coraggio che fino ad oggi oggi nessun Governo, sebbene di larghe intese, ha avuto. La risposta è in primis politica, occorre compattare le sinistre d’Italia, avere il supporto del popolo, eppoi formare un Governo coraggioso che tagli dove si deve e riprenda ad investire nel Paese e quindi a rilanciare la domanda interna ed esterna. Università socialista – Mitbestimmung – Erasmus Politik – Lingua europea e Collegio estero Quello che occorre a sinistra in Italia ed in Europa è un rilancio del dibattito e di una universita’ socialista che trovi idee nuove per uscire dalla crisi, per allineare le nazioni agli stessi standard di benessere e giustizia sociale, per dare una forma e significato alla parola socialismo e riformismo adatta al terzo millennio. Indichiamo qui alcune proposte per formulare un nuovo tipo di socialismo. 1) La introduzione della Mitbestimmung per superare la atavica contrapposizione fra proprietari e lavoratori. E' un cambio di mentalita assoluta che puo prevenire le crisi e le contrapposizioni strategiche in economia. La macroeconomia non puo' risolvere come una bacchetta magica i problemi dell’economia. La soluzione viene dal basso, dalle imprese, dal mercato autoregolato. No alle statalizzazioni e no al dominio dei mercati. Si alla autoregolamentazione cogestita dei soggetti operanti nel mercato, tutti, dalle banche alle industrie manifatturiere. Un nuovo modello economico per l'Italia e per l'Europa. 2) Istituzione di un Erasmus della politica, per ridare slancio all’Europa politica che deve creare le condizioni di un federalismo vero. Stop ai nazionalismi che le classi politiche odierne - cui manca il software europeo - ancora perseguono. Dobbiamo creare una classe dirigente con sensibilita politica europea. 3) Introduzione di una lingua unica europea ; dall'asilo si apprende a scuola la stessa lingua in tutta Europa. Le lingue nazionali sono abbandonate o parlate a casa, non a scuola. Nel lungo periodo cio’ creerà un’Europa unita linguisticamente e culturalmente, che è condizione necessaria per evitae nazionalismi e divisioni in campo economico e politico. Nascerà l’uomo Europeo. In ultimo chiediamo la previsione di un rappresentante nella Segreteria del PSI. Perche un partito che si dichiari europeo non puo escludere gli emigranti italiani e deve dare voce alle migliaia di persone che vivono e lavorano da decenni ell' estero e sono depositari della vera coscienza europea. La strada ü lunga, ma i socialisti hanno i mezzi intellettuali per affrontare la sfida che li aspetta. L'attenzione alla classe sociale dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati, l'attitudine riformista e prgmatica di chi evita rivoluzioni, di chi non rovescia o infuoca cassonetti, la mente aperta e libera da vincoli ideologici, rivolta alle soluzioni pratiche e coraggiose, come sempre. Come per Giacomo Matteotti, i socialisti hanno molti alti esempi da seguire, e l’arduo compito di esserne degni.  

Brioni - Cohiba - lunedì 7 ottobre 2013
Alcuni commentatori insistono nel proporre un Governo tedesco rosso - rosso - verde, escludendo la Merkel e riallacciando i rapporti con Die Linke, costola sinistra della SPD e collegata alla vecchia SED comunista d'oltre muro. La vera domanda, al di la della legittimità della Linke, è come potrebbe governare la SPD con un misero risultato quale quello ottenuto? Bisogna essere ragionevoli. Quanto alla Linke, è in primis la SPD a non volerla, per ora. Di ex partiti comunisti riciclati certo in Europa non mancano gli esempi, senza andare in Albania o Ungheria...ed infatti si vede lo stato della sinistra europea. A volte credo che la bussola sia stata persa, morto il Comunismo tutti vogliono fare i comunisti. Troppo facile in tempi di crisi. La socialdemocrazia deve trovare altre formule per rispondere alla crisi del capitalismo. La vecchia solfa non puo' bastare e gli elettori l'hanno capito. Ed a dirla tutta anche le facce bisogna cambiare. Quei barbuti occhialuti stile anni 70 è ora di mandarli in soffitta inieme ai giradischi - che peraltro io ho comprato, visto che amo il vintage. Ridateci Schroeder coi suoi shorter Brioni e Cohiba Zigarre. Mit sozialistichen Gruessen. 

Jay Gatsby - venerdì 13 settembre 2013
Jay Gatsby is the American dream fallen in disgrace due to his enormous greed? It would be too simple, the moral of Scott Fitzgerald hits the entire society’s values, not only Jay Gatsby’s, and that moral seems to be still valid nowadays. Jay was a man in love, driven by passion, and greed. He learned to act and behave in the Army and developed his style on a big yacht, whilst accompanying the big Boss dealing with illegal stuff. Jay wasn't rich by family, wasn’t educated in the best university; Jay is not Amory Blaine, a man in progress. Jay is a made man who struggles for a dream, cursed to be eternally unsatisfied, who got rich by work - may be not honest work - by his capacity, his braveness, his brain; Jay moved to West Egg to be close to Daisy, his eternal love, who lived on the richer side of the bay with her fully rich and rude husband Tom. Jay gives big parties for all, friends and acquaintances, he wanted to share his beautiful house's garden and the pool during West Egg’s nights, hoping to meet there Daisy, who did not know at all that Jay was still alive. On the backstage the best description of rich people ever seen, and a word which describes that rich society forever: careless. One doesn’t really love Daisy - although she is the image of perfection. She is silver and white roses, she is clever and careless, smart and superficial. She knows who she is and she accepts it, as a gift or curse from the sky. But Daisy is not to be loved like a woman, she is a dream, she is the representation of richness, of high society, of best places, place to be, she is what Jay has always wanted to be, or to reach, to be part of. What really counts for Jay is not Daisy, although he might not have understood it; Daisy is not the goal, even to make her divorce her rich husband is not the goal, or it is not enough. Jay wants her to admit that she never loved her husband and that she always loved him, since the first time they have met, although they have been separated for many years. Jay was poor and rich girls don’t marry poor guys, Daisy explains: something that Jay has learnt very early and that has shaped his entire life. Jay became rich and shows all his richness to an astonished Daisy, who, of course, appreciates it a lot. Nevertheless that richness is not by family, is made by Jay’s work. Daisy does not even ask herself where all that money comes from, whether honest money or not. It is not about a self made man who gains his life and reaches his dreams. It is not about morality and honest money. It is about blood. Rich blood is forever. And Jay has no rich blood. Although he is rich now. Nobody knows what would happen if there was no accident, but one can assume that Daisy - after a love affaire - would not divorce Tom and would not get back to Jay. It was a game, a love game, before immersing again in the soft and confident life of her high society marriage. It seems that there is no way out of one’s destiny, as everything has already been previously established by a superior force. And Jay dies unjustly shot by a poor guy - a fool - who seeks revenge for his wife’s death. Jay lies in his beautiful pool, where many guests have been before during his famous parties, alone, death. Only his recently found friend at his side, Nick. The conversations and tales between Jay and Nick are unforgettable for literature lovers - Scott Fitzgerald describes each sentiment, each feature of the careless society with eternal words. We can just read it again and again.  

This side of Paradise - venerdì 13 settembre 2013
“This side of Paradise”, is a part of the world, a special one, unique in space and time, reserved to rebels, intellectuals, seekers, adventurers, young people educated in the best University, full of questions and decadent vitality. And love. Love for the beauty, for the best, love for knowledge, for life, for money, as Daryl Hannah “what do you want?” “the best of everything and peace in the world”, years afterwards. And this voice – not yet “full of money” – but tremulous and clever, insecure but willing, pursuing, seeking and slowly surer, more critical, shaped by years and experience. And love, and beauty over all. Esthetic, romantic, decadent, the roaring twenties, Jazz Age, Scott and Zelda, the Beautiful and Damned, burning money, burning life, burning alcohol, quickly, living borderline, on the edge of the modernity, describing the generation with angel’s words, shaping the future, which still looks the same after one century. Scott and his first novel’s protagonist, the romantic egotist, Amory Blaine, Oh Amory, a name of love, a sophisticated character, the best education, a fine mind, a cynical critic, a sensitive soul. “I don’t want her to break his heart, Amory is a sensitive guy”…too late, Rosalind has kept his heart, with magic power and light touch, without efforts, just being herself, innocent devil, unconscious pitilessness, fresh, pure looking, clever, brave, ready to live. Amory stands all this, plays his role, as a clever one, falls immediately in love with her, they “kiss very deliberately”. Money, family, competitors, capitalism will break the dream. Love does not matter. No matters what Amory feels, what Rosalind feels, what Amory knows, what Amory can, it is over, few weeks of happiness, and then a marriage from the backstage is looming, with a rich guy. Scott describes everything with a sensitive touch, as if Amory were himself, as he had really experienced that split. And a split is forever. This side of Paradise is not a love story, unless a self and selfish love story, Amory sees himself growing, improving, destroying himself, loving girls, women, friends, life, knowledge and watches the world around him, the greedy society showing his best side before the Great Depression. It is a sentimental journey, a Bildungsroman, from the first school education to the first impact with society, then the finest University, through the war and loves that made Amory what he was, a personage, a metropolitan one, cynic, romantic because he wants his big love story not to last, and he does not believe it will last forever, like a sentimental would do. Amory finishing up his story recalls Rosalind, as the big lost dream, the greatest love, the purest thing, the hugest regret, the best lines, the magnificent lyric words used to describe a fine sentiment, the good and the evil side of life. LS  

Il riformismo socialista da Marx a Bernstein di Leonardo Scimmi - martedì 12 marzo 2013
Il riformismo socialista da Marx a Bernstein La scuola di pensiero socialista ha avuto vari padri. Tra questi sicuramente Carlo Marx, di lingua tedesca, ideatore del Manifesto del Partito Comunista, hegeliano, fissato con la lotta di classe il materialismo storico e la rivoluzione. Eppoi Edoardo Bernstein, anche di lingua tedesca, per cui il fine (la rivoluzione) non contava, contava invece il tragitto e cioè la democrazia (Das, was man gemeinhin Endziel des Sozialismus nennt, ist mir nichts, die Bewegung alles). La famosa svolta della socialdemocrazia tedesca (SPD) - che ebbe luogo a Bad Godesberg vicino Bonn capitale della Germania federale, quando la SPD mise in soffitta la lotta di classe, l’anticapitalismo e l’aspirazione rivoluzionaria - è la realizzazione dell’intuizione di Bernstein. Le idee contano e producono risultati pratici, infatti la SPD usciva rigenerata dal congresso del 1959. Oggi la crisi finanziaria consente ai partiti di sinistra europei di ripristinare argomentazioni da lotta di classe (contro i ricchi) e anticapitaliste (contro il privato, contro la finanza) o perfino rivoluzionarie (contro i politici), ma tutto cio ‘ sembra una tentazione alla quale il socialismo non dovrebbe cedere. Una sinistra moderna non puo’ utilizzare stancamente strumenti ideologici trapassati solo perché convenienti al momento. La sinistra deve indicare la via per il progresso e non cadere nella trappola dell’odio di classe che puo’ aver presa su un elettorato ignorante come erano i contadini russi della rivoluzione bolscevica, ma che mal si adatta alla società italiana ed europea di oggi dove, seppur poveri o precari, i cittadini sono perlopiu’ educati e scolarizzati e si aspettano qualcosa di piu’ sofisticato che una presa della Bastiglia. L’obiettivo è la crescita ed il capitalismo (anche finanziario) garantisce la crescita. La proprietà privata, che è la base del capitalismo, garantisce la crescita. La frase « Kapitalismus ist nicht krank, ist die Krankheit » (Il capitalismo non è malato, è la malattia) non appartiene al DNA socialista democratico, almeno non piu da decenni. Il capitalismo non va abbattuto, ma riformato, con gradualismo, con riforme di struttura anche e con l’introduzione di istituti di democrazia industriale. Il capitalismo necessita misure anticicliche, costruzioni fiscali a livello federale che bilancino misure di austerità locale, ma è ancora lo strumento di rilancio dell’economia. Condividere il potere decisionale e diritti di voice è una delle strade da seguire, anche nella finanza, spesso separata inspiegabilmente dalla economia reale. I lavoratori, o chiunque abbia un interesse a come vengono gestite le cose o i soldi, vogliono essere parte delle scelte strategiche che li riguardano, e ne hanno diritto, e per questo chiedono diritto di voto negli organi decisionali delle società che gestiscono le imprese, comprese le banche e le società di gestione. E’ un cambio di prospettiva totale. E’ un approccio orientato agli stakeholders. E’ il superamento della visione di Friedman per cui il solo scopo dell’impresa è far guadagnare gli azionisti, ma è anche il rifiuto di Marx, per cui il capitalismo andava (necessariamente) superato. E’ l’idea democratica e costruttiva di Bernstein. E’uno sforzo intellettuale sociale e pratico che i socialisti possono e debbono fare per essere al passo col tempo e sconfiggere le crisi del capitalismo.  

Un Erasmus nelle istituzioni Leonardo Scimmi - lunedì 4 febbraio 2013
Da anni oramai il progetto Erasmus contribuisce a cambiare la vita di migliaia di studenti europei. Il progetto Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, nasce nel 1987 per opera della Comunità Europea e sancisce la possibilità di uno studente universitario europeo di effettuare in una università straniera un periodo di studio legalmente riconosciuto dalla propria università. Il nome del programma deriva dall’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam (XV secolo): egli viaggiò diversi anni in tutta Europa per comprenderne le differenti culture. L’obiettivo è semplice: fare gli europei. I mezzi anche non sono complicati, basta un po’ di entusiasmo e voglia di conoscere. A livello economico, nonostante il budget limitato accordato agli studenti, si riesce a studiare in alcuni Paesi per uno o due semestri spendendo più o meno quanto si spende in Italia. Sulla scia del progetto Erasmus la Comunità Europea ha creato il progetto Leonardo, dedicato agli studenti che si affacciano nel mondo del lavoro e vogliono svolgere una prima esperienza lavorativa in un altro Paese d’Europa. Da tempo sulle pagine virtuali del sito Europa Riformista si è proposto di estendere il progetto Erasmus alla Politica. Prevedere che gli scambi sopra descritti siano resi possibili – tramite un coordinamento europeo – anche ai giovani che vogliono fare esperienza presso i Parlamenti, Governi, Istituzioni di altri Paesi membri, non solo presso gli organi europei, che limita evidentemente le possibilità per numero e per conoscenza. La forma dello stage è ideale a comprendere ed a rinforzare quella coscienza politica che evidentemente già muove il giovane che volesse partecipare ad un tale progetto. Una ragazza italiana può lavorare per un periodo al Parlamento ungherese sovvenzionata dalla Comunità Europea. O un ragazzo inglese trascorrere un semestre di lavoro presso la sede del Governo o della Corte Costituzionale italiana. Un partito Erasmus e garibaldino dovrebbe farsi promotore di tale iniziativa, anche a livello europeo, ponendo la prima pietra di un percorso che formerà non solo l’Europa culturale e professionale, ma anche l’Europa politica.  

Riformismo: Kapitalismus e Mitbestimmung di Leonardo Scimmi - lunedì 14 gennaio 2013
Riformismo: Kapitalismus e Mitbestimmung La scuola di pensiero socialista ha avuto vari padri. Tra questi sicuramente Carlo Marx, di lingua tedesca, ma anche Edoardo Bernstein, anche di lingua tedesca. La famosa svolta della socialdemocrazia tedesca (SPD) ebbe luogo a Bad Godesberg, vicino Bonn capitale della Germania federale, quando la SPD mise in soffitta la lotta di classe e l’anticapitalismo. Oggi la crisi finanziaria consente ai partiti di sinistra di ripristinare argomentazioni da lotta di classe (contro i ricchi) e anticapitaliste, ma tutto cio‘ sembra una tentazione alla quale il socialismo non dovrebbe cedere. L’obiettivo non è solamente la giustizia sociale, ma anche e soprattutto la crescita. Il capitalismo garantisce la crescita. La proprietà privata, che è la base del capitalismo, garantisce la crescita. La frase « Kapitalismus ist nicht krank, ist die Krankheit » (Il capitalismo non è malato, è la malattia) non appartiene al DNA socialista. Il capitalismo non va abbattuto, ma riformato, con gradualismo, con riforme di struttura anche e con l’introduzione di istituti di democrazia industriale. Non soldi, ma potere decisionale e voice, in breve. I lavoratori vogliono essere parte delle scelte strategiche che li riguardano, e ne hanno diritto, e per questo chiedono diritto di voto negli organi decisionali delle società che gestiscono le imprese. E’ un cambio di prospettiva totale. E’ un compromesso tra Capitale e Lavoro. E’ un sistema per avere crescita e giustizia sociale. E’ riformismo puro, uno sforzo intellettuale sociale e pratico che i socialisti possono e debbono fare per essere al passo col tempo. E’ finito il tempo delle lotte di classe, oramai demagogia nelle mani di irresponsabili e improvvisati leaders. Kapitalismus e Mitbestimmung è come dire Libertà e Giustizia Sociale. Leonardo Scimmi 

Vent anni di Bipolarismo di Leonardo Scimmi - lunedì 14 gennaio 2013
Il 2013 sarà un anno cruciale per l’Italia. L’anno nuovo ci porta, anzitutto, nuove elezioni. La crisi economica non è finita anzi sta sviluppando i suoi effetti sui cittadini, sui lavoratori, sui proprietari di prima casa , sui disoccupati, sui pensionati. A destabilizzare le cose è arrivata anche la prevedibile ridiscesa in campo di Berlusconi e la fine del governo tecnico di larghe intese di Monti. La candidatura di Monti inaugura la fine del Bipolarismo. Era normale con l’avvicinarsi della scadenza del Parlamento che ci fosse una rottura ed una crisi. La crisi economica internazionale e la crisi di governo italiana si uniscono ad una crisi politica del sistema Italia. Crisi politica che dura oramai da venti’anni, dalla fine della c.d. prima Repubblica. Da allora l’Italia non ha piu’ trovato una sua collocazione precisa nello scenario internazionale e non ha trovato nenache un assetto politico stabile al suo interno, sempre divisa fra colazioni disomogenee che ne hanno determinato piu’ o meno l’ingovernabilità e sicuramente non ne hanno facilitato la situazione economica e dei diritti civili e sociali. E cosi le imprese sono in difficoltà, la precarizzazione aumenta, la disoccupazione aumenta, le case si deprezzano, l’economia in generale ne risente e ne risentono soprattutto i diritti civili e sociali. I tagli di Monti allo stato sociale, alle pensioni, agli ospedali al pubblico in generale sono una conseguenza delle politiche di austerità imposte da Bruxelles e dalla Merkel, è vero, ma sono anche conseguneza di un affanno in cui l’Italia si è messa negli ultimi anni, per non aver saputo dare risposte alla globalizzazione, alla propria evasione fiscale, al problema del meridione, alla pubblica amministrazione troppo costosa, alla bassa produttività delle imprese. In un quadro del genere invocare maggiore spesa pubblica per rilanciare l’economia appare difficile. Dopo la fase 1 dei tagli del governo Monti ci si aspettava una fase 2 destinata alla crescita. Non si sa se sarebbe arrivata, ma comunque non c’é stato tempo. Il nostro ruolo quale comunità piccola è sostenere il rispetto dello stato sociale anche nel quadro attuale di austerità, la garanzia delle pensioni e del potere di acquisto in rapporto al costo della vita, l’inclusione delle donne e dei giovani nel mondo del lavoro, la partecipazione dei lavoratori alle informazioni ed alla gestione delle imprese, il rilancio della crescita soprattutto attraverso l’aumento della produttività, l’aumento della attrattività per investitori stranieri e la crescita del commercio estero. Queste le nostre priorità, che possiamo sostenere e contribuire a realizzare. Un ultimo commento riguarda la violenza sulle donne, da ultimo divenuto un tema di rilevanza nazionale. Purtroppo il degrado civile e culturale ha accompagnato il degrado politico del nostro Paese. Per questo dobbiamo lottare affinché iniziative di tutela e di sensibilizzazione pubblica al tema della violenza sulle donne siano messe in atto da parte del futuro nuovo Governo, chiunque esso sia. Si dovrebbe sostenere che il Ministero per le pari opportunità sia rinominato Ministero per la tutela delle donne. Sarebbe un messaggio importanto alla società. Leonardo Scimmi  

The two-tier management and Mitbestimmung in Italy di Leonardo Scimmi - martedì 18 dicembre 2012
The two-tier management system for joint-stock companies under Italian law: is there any room left for workers’ co-determination? Section 46 of the Italian Constitution (dating back to 1947) reads: ‘In order to achieve the economic and social enhancement of labour and in accordance with the requirements of production, the Republic grants workers the right to cooperate, within the forms and limits established by law, in the management of companies.’ Given that the above constitutional principle has not yet been fully implemented within the Italian legal framework, the goal of this article is, first, to investigate whether this could have been done on the occasion of the launch, in 2003, of a two-tier board structure for Italian joint-stock companies, in line with the ‘German Model’ of dual governance. Secondly, a few remarks are made on the current situation and legislative perspectives in Italy, in order to assess whether, and to what extent, the introduction of new schemes of workers’ participation in company management is still an option under Italian law. At the beginning of 2003, within the framework of a comprehensive legislative reform which had a very significant impact on the company law rules in the Italian Civil Code1, a dual (two-tier) management and control system was made available for the first time to Italian joint-stock companies as one of the new alternative board structures – the other being the Anglo-Saxon monistic or single-tier system. This could be opted for as an alternative to the traditional ‘horizontal’ model, under which the company’s shareholders appoint both the managing body (sole administrator or board of directors) and the controlling body (statutory auditors’ committee). In designing the Italian dual model, inspiration was taken from the EU legislation on the European Company (SE: Societas Europaea) as well as from the experiences of various countries having adopted roughly similar forms of corporate governance. However, from a historical point of view the most important reference – given its widespread application and socio-economic significance – was the board structure of the German Aktiengesellschaft. Just as in Germany, the dual system provided for by Sections 2409-octies et seq. of the Italian Civil Code aims, in principle, at separating ownership and power within the joint-stock company governance structure. In fact, this model envisages the interposition between the shareholders and the management board (i.e. the Consiglio di Gestione, corresponding to the German Vorstand) of a supervisory board (i.e. the Consiglio di Sorveglianza, in turn corresponding to the Aufsichtsrat), vested with the powers to appoint and revoke the Consiglio di Gestione’s members, oversee the management of the company, approve the company’s yearly financial statement, file the 1 See Legislative Decree No. 6/2003, known as the Company Law Reform Act, which significantly amended the provisions of the Italian Civil Code applying to corporations and cooperatives. Whereas in Germany this separation between ownership and power within the company’s board structure is achieved by the laws regulating the Aktiengesellschaft, things appear to have gone differently in Italy, where such a goal has remained, to say the least, mostly watered down. In fact, under Italian law the ‘cordon sanitaire’ which should guarantee the right distance between the competence of the company’s controlling shareholders and that of the corporate bodies has proved rather uncertain, due to a number of legislative mechanisms contributing to shape the Consiglio di Sorveglianza as a third layer of corporate control, i.e. the expression – just like the management board – of the controlling shareholder/s. In this respect, let it suffice to mention the circumstance that, pursuant to Italian law, (controlling) shareholders are entitled freely to revoke, even though by a reinforced majority, the Consiglio di Sorveglianza’s members. In addition, the dual system’s management board is not granted, in Italy, the strongly executive role which German rules on the Aktiengesellschaft traditionally assign to the Vorstand. The Consiglio di Gestione, differently from the Vorstand, can delegate its powers to ‘one or more of its members’, thus reproducing within the management board that division into executive and nonexecutive positions which, under the dual governance paradigm, should be reflected in the different roles of the management board and supervisory board. In its first years of application in Italy, the dual system was often subordinated to contingent and distorted purposes, rather than to the functions for which it was originally designed. In fact, the possibility to provide for a virtually unlimited number of potential directorships in the two-tier management and control bodies translates into a significant degree of flexibility, if compared with the traditional governance model under which the controlling body (Collegio Sindacale) cannot be composed of more than five members2 and is granted by law a smaller scope of powers to those of the Consiglio di Sorveglianza.This circumstance played a crucial role on the occasion of several large corporate consolidations having taken place in the banking and public services sector after 2003, where the previously mentioned paradigmatic purpose of the two-tier system (that is, separating ownership frompower)was pushed way into the background by contingent needs relating to the allocationwithin the new corporate bodies of representatives of all parties involved in the merger. The above situations highlighted a number of contradictions affecting the Italian dual system’s operational features and underlying philosophy, and did not contribute to its popularity among parts of the press. This being said, one of the most remarkable differences between the German and Italian twotier governance models is that Italian law does not provide for any possibility to implement forms of workers’ co-determination at board level comparable to the German Mitbestimmung auf Unternehmensebene, under which employee representatives are entitled to sit in the supervisory board of the Aktiengesellschaft. In other words, the principle of ‘competition among corporate governance legal models’, which applies under Italian Company Law as a result of the 2003 reform, is set to serve the exclusive purpose of offering investors wanting to establish a company in Italy three different schemes of possible shareholder-management relationships, thus providing the market with more efficiency and flexibility. At the same time, however, the applicable law does not provide those investors having adopted the two-tier board structure with any (optional) set of technical tools aimed at addressing also socio-political aspects of the economy within the context of their companies. 2 See Section 2398 of the Italian Civil Code. 2 Transfer 00(0) The question is: could the Mitbestimmung principles have been adjusted to the two-tier board structure of Italian joint-stock companies organized with the dual governance model? The answer is probably yes, regardless of the doubts on the inadequacy of the above Section 46 of the Italian Constitution in recalling a model of real ‘German-style’ co-determination. The Italian Civil Code provisions on the structure and functioning of the dual model do not contain any express reference to the concept of co-determination at the board level. On the contrary, Section 2409-duodecies, paragraph X, letter c) provides that ‘those individuals who are related to the company or to companies controlled by or under common control of the company itself, as a consequence of a labour relationship or a regular consultancy relationship or remunerated professional services which may prejudice their independence’ are not eligible to be appointed as members of the supervisory board (Consiglio di Sorveglianza). This provision is commonly interpreted as setting a ban on employees’ direct access to the supervisory board, thus leaving no room for a strict application of Mitbestimmung in the Italian two-tier board structure. To the extent that the above interpretation – which indeed widely prevails among Italian commentators – holds true, an alternative form of (indirect) representation of the workforce at the board level can perhaps be implemented by requiring that a certain number of employees’ ‘representatives’ be appointed to the supervisory board: these being professionals entrusted by the employees with duties to act on their behalf and represent their interests with regard to issues relating to the company’s management. Indeed, such a solution deserves to be further investigated. To be put into practice, however, it would need to be governed by a set of regulatory provisions, similarly to what happens in Germany, where the modalities under which Mitbestimmung applies to the Aufsichtsrat are set forth by various special laws and regulations. In any event, whatever scope there may be for employee representatives to participate in corporate bodies today, it must be recalled that, leaving aside the absence in Italy of rules on workers’ co-determination, the structure of the local dual system differs in many respects from the German governance structure of the Aktiengesellschaft. In such a context, the choice of the Italian legislator not to introduce the co-management item is only one – and in some ways not even the most prominent or controversial – deviation from the original model. A number of pragmatic evaluations have probably played a crucial role in the above, considering the customary hostility shown by Italian left-wing politicians as well as the most prominent (and radical) trade unions, such as CGIL, towards any form of friendly cooperation between social partners, whereas the task of monitoring the exercise by the managers of their discretionary powers has always been assigned by CGIL to the instrument of collective bargaining. Mitbestimmung has also traditionally been opposed by Italian entrepreneurs, the employers’ organization Confindustria and classical liberals, who suspected it of being a device for offloading the costs of social justice, salary increases and production on the employers. A more open (minority) position was taken by other Italian trade unions such as CISL, UIL and UGL who, on several occasion, officially declared themselves to be ready to welcome the introduction into the Italian socio-economic system of instruments aimed at enhancing industrial democracy and loosening the historical conflict between capital and labour. However, if the above was the specific socio-political scenario at the moment when Italy took a step towards dual governance, lately something seems to be moving forward. At the beginning of the last legislative session (2008), two bills on various forms of workers’ participation were submitted to the Italian Senate, by Senator M Castro (Pdl) and by Senator T Treu (Pd). These were later followed (2009) by two other bills on the same matters: the first one by Senators A Bonfrisco and F Casoli (Pdl) and the second one by Senator B Adragna (Pd). In mid-2009 Senator P Ichino, in his capacity as sponsor of the project, was appointed to work on a text aimed at identifying a possible bipartisan solution. However, shortly after Senator Scafidi and Scimmi 3 Ichino’s draft unified legislative proposal had been favourably received within the Senate, the Ministry of Labour agreed with the social partners temporarily to freeze the passage of the bill, in order to allow the Ministry’s experts to obtain more extensive knowledge on the applicable domestic and international legal framework and further to investigate the most popular practices in the field of workers’ participation in Italy.3 Only at the end of 2011 was the Restricted Committee chaired by Senator Ichino authorized to submit to the Labour Committee of the Senate an upgraded version of the unified bill. The legislative proposal thus put forward by the Committee led by Senator Ichino expressly provides for the possibility for Italian companies to conclude with trade unions corporate collective agreements aimed at establishing several forms of workers’ participation (to be applied either jointly or alternatively), ranging from information and prior consultation duties to employees’ profit-sharing models, to forms of workers’ involvement in the management of the company. In particular, under Section 3 of Senator Ichino’s unified bill, Italian joint-stock companies with more than 300 employees, which are organized with a two-tier board structure4, could agree with trade unions that a certain number of employees’ representatives sit in their Consiglio di Sorveglianza. The above corporate collective agreements should also regulate, on a case-by-case basis, how to manage the allocation within the Consiglio di Sorveglianza of the memberships to be granted to the workers’ employees, as well as the modalities of their appointment. The employee representatives so appointed in the Consiglio di Sorveglianza are entitled to the same information and voting rights as the other members of such a controlling body, and this general rule applies also in relation to ‘high-level management’ corporate matters, such as corporate strategic choices and industrial and financial plans, in case the Consiglio di Sorveglianza is granted the power to address them by the company’s by-laws. The solution in the text submitted by Senator Ichino, which evidently draws on certain aspects of the German Mitbestimmung, would make it possible for workers to participate in the company’s two-tier corporate governance subject to the prior acceptance of the co-determination, at the negotiation stage, by social partners. The rationale behind it is based on the widely shared view that, when promoting within the Italian industrial context some form of workers’ participation in corporate governance, this should necessarily take place ‘from below’, i.e. based on a voluntary and contractual choice to be taken by the individuals/entities involved in the industrial relationships. All in all, this scheme would mean a significantly different approach from that of the German model, where the applicable laws on Mitbestimmung, prompted by a strong and rooted culture of co-determination, simply and mandatorily provide that all joint-stock companies – as well as any other company whose employee numbers exceed certain thresholds – must be subject to co-determination statutes. In any case, the solution envisaged under the bill reflects an attitude of gradual reformism, leaving to companies’ autonomous negotiations a first experimental evaluation of how attractive the co-determination system may be for the Italian industrial environment. This approach is indeed valuable and should be preferably put into practice by focusing, at least at the initial stage, on companies significantly involved in matters related to delocalization, foreign ownership, latent 3 The work of the Ministry of Labour’s experts led, in July 2010, to the issuance of the so-called Participation Code (Codice della Partecipazione), an extensive ‘soft law’ digest providing for a selection of existing European and domestic laws, bills, union agreements and good practices on workers’ involvement in the company’s management and profit-sharing. 4 This provision applies also to European Companies established within the Italian territory under the applicable 2001 EU Regulation. 4 Transfer 00(0) conflicts of interest and intense confrontations between trade unions and owners. Such a first stage might subsequently be followed by further applications of similar schemes to different contexts. One of the most significant impacts of the recent global financial crisis on the Italian business environment is that it calls for the need for local companies thoroughly to rethink their corporate governance structures and convert, to some extent, their traditional business model focused on the maximization of the company shareholders’ value to a more responsible ‘stakeholders’ value approach’, enhancing – among others – the skills and satisfaction of their employees. Under the latter approach, certain corporate issues affecting a wide range of individuals and organizations should be addressed jointly by the ownership/management and the workforce, rather than by the former unilaterally. All in all, this scheme should be regarded as simply the other side of the coin of the other scheme under which both employers and workers are bound to bear the burden represented by all sorts of costs, risks and disadvantages weighing on their company as a consequence of the market crisis. In the light of the above, we look forward to the development of a more responsible debate on workers’ participation in the Italian corporate governance environment, in relation to both manufacturing industry and the banking and financial sector, to be enhanced not only for the sake of the workers’ interests, but also for a better functioning country. Leonardo Scimmi From ETUI - Transfer Magazine 4-2012 LS and AS 

Erasmus Generation di Leonardo Scimmi - mercoledì 21 novembre 2012
Il rischio reale e preoccupante di una generazione ‘lost’ esiste, eccome. Eh sì, come la fatidica ‘lost generation’ dei primi anni del ‘900 descritta da Gertrude Stein, Hemingway e dalle parole divine di F.S. Fitzgerald, così anche la generazione definita « Erasmus », dal nome dell’ormai famoso progetto di scambi universitari, è sull’orlo di un precipizio, in bilico tra la realizzazione di un sogno e la disillusione di una sconfitta. E il prezzo da pagare è, senza tragedie o catarsi forzate, la propria vita. Una vita nata nei Paesi nazionali e poi trasformata in esperimento europeo, grazie alla spinta delle politiche comunitarie e del progetto Erasmus. Il progetto Erasmus ti cambia la vita, è la promessa del materiale marketing della Commissione, ed è vero. La Commissione europea ha istituito un progetto per cambiare le vite dei cittadini giovani e nazionali e mutarli in cittadini europei, col tempo, per creare quell’Europa culturale che è conseguenza dell’Europa economica e premessa dell’Europa politica. L’esperimento chiamato Erasmus è il tentativo di mutazione genetico e culturale di una generazione. Genetico perché attraverso gli amori nati sulle rive del Danubio o del Tamigi i cittadini nazionali daranno vita a loro volta a figli misti, nati in culture diverse e cross border, in una sfera a parte, in vero, o forse in un limbo culturale inaccessibile agli outsider. Culturale perché lo studente Erasmus rientra nel Paese di provenienza cambiato, maturato, più aperto, ma forse anche isolato e troverà pace alla sua risvegliata curiosità solo in una continuazione dell’Erasmus per tutta la vita. Una prosecuzione fatta di spostamenti, esperienze europee e forse, in fine, la stabilizzazione in un Paese ‘altro’ rispetto alla propria origine, in una coppia ‘altra’ rispetto a quella classica raccomandata dalla tradizione nazionale, in un luogo non geografico, ma spirituale e culturale che forse ancora politicamente e amministrativamente non esiste, ma che per gli abitanti di questo spirito si chiama senza dubbio Europa. Le vicende degli ultimi anni e soprattutto la crisi economica degli stati nazionali hanno tuttavia dimostrato come l’Europa geografica economica e politica non esista ancora. I confilitti nazionali prevalgono sul senso di unità e l’interesse nazionale perseguito dagli Stati non è ‘europeo’, ma decisamente nazionale. Le classi dirigenti nazionali sono – eccome protrebbero essere diversamente – nazionaliste. A cosa serve allora essere parte di una cultura Erasmus e quindi per definizione europea? A cosa serve aver costruito la propria vita sulla scia di un progetto europeo, culturale e sociale, se poi l’Europa va in frantumi? Se l’Europa spirituale, dove migliaia di ragazzi e ragazze vivono da anni, non si materializza? Il fallimento di migliaia di vite Erasmus è vicino e la paura di aver sbagliato tutto fa la sua prima, minacciosa apparizione. Aver dedicato una vita all’Europa dello spirito, alla comprensione delle altre nazioni, delle altre lingue e culture, aver superato difficoltà, incomprensioni, barriere e solitudini rischia di essere ripagato da una doccia fredda, preludio alle gabbie nazionali dove le anime Erasmus non volevano e non possono più vivere. Chi è colpevole del rischio che la generazione Erasmus sta correndo, quello di divenire una ‘lost generation’? La classi dirigenti nazionali e nazionaliste, coloro che predicano bene e razzolano male. Coloro che parlano di Europa ma perseguono un interesse nazional-nazionale.Coloro che parlano una sola lingua. Coloro che non sono stati studenti Erasmus e parlano d’Europa senza sapere cosa in realtà sia l’Europa. La generazione Erasmus ha un solo mezzo per salvare se stessa dal fallimento di una vita. Impegnarsi per portare a termine il suo compito, che non è solamente essere europei, bensi guidare l’Europa verso la realizzazione di se stessa. La vera self-fulfilling prophecy sono gli studenti Erasmus perché respirando incarnano l’Europa culturale. Next step è l’impegno politico, essere la classe dirigente che porterà l’Europa all’unità politica. Uscire dall’isolazionismo è l’unica via per evitare di essere rubricati ‘lost generation’. Impegnarsi nella politica europea è la strada per realizzare l’Europa e la propria vita – unica ed irripetibile come l’esperienza Erasmus. Dagli stati nazionali, dalle classi dirigenti nazionali, dalle amministrazioni nazionali non verrà mai nulla di veramente europeo, perché sono frutto di una cultura nazionale, inadatta, perché il loro software è nazionale e perciò limitato ab origine – solo i contaminati dallo spirito europeo, che hanno provato sulla propria pelle e nella propria anima l’appartenenza all’Europa potranno realizzare il sogno europeo. 

Una lingua per l'Europa - Kultur vor Wirtschaft di Leonardo Scimmi - mercoledì 21 novembre 2012
Forse anche per colpa di Carlo Marx, ma anche sicuramente a causa dei liberisti del secolo XIX, è stato stabilito in maniera inequivocabile il primato dell’economia su tutto. Il secolo dell’economia ha pertanto sopraffatto tutti i secoli precedenti, decretando un primato indiscusso ed indiscutibile dell’economia sulla politica, sulla cultura e su tutte le sovrastrutture che, si direbbe, dell’economia stessa sono figlie e conseguenza. Tanto che, per fare un esempio, le strutture famigliari e sociali borghesi sarebbero frutto e conseguenza della struttura economica nata dalla Rivoluzione Industriale – borghese - e via dicendo secondo le note, sempre verdi o rivalutate teorie marxiane. Difficile oggi smontare l’argomento del primato dell’economia, alle prese con la crisi attuale dei mercati e degli Stati. Tuttavia la crisi dell’Europa ha evidenziato come le divisioni correnti possano essere attribuite più a sistemi culturali che all’economia, o forse perché, come sosteneva Max Weber, la Kultur influenza e determina l’economia. Il passaggio dall’Europa delle Nazioni ad un’Europa federale vera, ultrapolitica, cioè unita in tutto e per tutto, mescolata all’interno e senza dogane culturali, è un passaggio non indolore, proprio perché le differenze culturali religiose e linguistiche sono talmente grandi che la loro fusione è scioccante. Non si tratta quindi di unificare solamente le economie, con una moneta unica, che è – in fin dei conti – l’operazione più facile. Si tratta di creare un popolo europeo, privo di pregiudizi e rafforzato da una fiducia comune, unito da un destino ed un futuro comune per davvero. Su questo tema tuttavia il dibattito è debolissimo. I giornali non ne parlano, nessuna soluzione è avanzata da alcun paese europeo. Eppure salta agli occhi la palese diffidenza ed arroganza con cui certi popoli sfiduciano o commissariano altri popoli. Delle due l’una, o si elevano gli standard economici dei paesi in “difetto” oppure si va incontro ad una regia unica, una sorta di colonizzazione mascherata da commissariamento temporaneo. Ma per elevare gli standard economici di un paese occorre agire sulle basi culturali dello stesso ed occorre avere uno standard europeo comune in modo da evitare pregiudizi di tipo anche razziale. Prima di giungere pertanto ad una soluzione burocratica del problema dell’unificazione politica dell’Europa, come si è fatto per la soluzione imposta dell’euro e della BCE, dovrebbe essere risolto il problema culturale del popolo europeo, introducendo, per esempio, un sistema scolastico unificato ed una prima lingua, si badi bene prima lingua, comune. Il fattore linguistico è il primo passo per una unificazione dei popoli, delle culture, dei valori, della politica. L’economia seguirà, con buona pace di Marx. Leonardo Scimmi 

Socialismo e Mitbestimmung by Leonardo Scimmi - mercoledì 21 novembre 2012
Socialismo e Mitbestimmung, o della Democrazia Industriale - Leonardo Scimmi da Mondoperaio, Agosto 2010 di Leonardo Scimmi Germania Paese di origine Pochi istituti come quello della Mitbestimmung tedesca – in italiano “codecisione” - rappresentano sinteticamente ed in maniera eccellente il compromesso fra le classi sociali in un Paese fortemente industrializzato come la Germania. Il dibattito politico culturale che ha determinato la nascita di tale istituto è riconducibile al progetto del DGB (Unione dei Sindacati tedeschi) e del Governo Adenauer del dopoguerra ed è riconducibile alle eleborazioni socio – politiche – culturali dei sindacati di orientazione cristiano democratica durante la Repubblica di Weimer, ed assurto poi ad emblema della socialdemocrazia tedesca (SPD). Se come diceva il Cancelliere tedesco Helmut Schmidt “le persone che hanno una visione dovrebbero farsi curare”, richiamando l’attenzione dei politici sui fatti e sulla concretezza dei risultati in favore dei cittadini, allora ben si comprende perché in Germania, sin dagli anni ‘20, si sia aperto un dibattito sulla cosiddetta Mitbestimmung, vale a dire la partecipazione dei lavoratori alle alte decisioni riguardanti l’impresa. Il dibattito nasce già nella Germania guglielmina e prosegue negli anni turbolenti e culturalmente ricchi della Repubblica di Weimer, quando Governi a guida socialdemocratica affrontavano seri problemi – perfino rivoluzioni – nascenti alla loro sinistra come gli Spartakisti – piu’ che alla loro destra. Nel conflitto fra le due anime della sinistra, quella rivoluzionaria di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, e quella socialista di governo, si consumava già la divisione storica ed ideologica di quasi tutto il secolo ventesimo. Eppure in quagli anni difficili della fragile Repubblica si ponevano le basi per quella riflessione e approfondimento teorico che spesse volte ha trovato un fertile terreno in Germania, e se dal conflitto tra le classi analizzato e profetizzato da Marx e perseguito da Lenin si voleva uscire, appariva chiaro a tutti che la via della Rivoluzione non era quella percorribile. Interviene qui dunque la civilizzazione tedesca col suo retaggio di idea e di sintesi, di astrazione e concretezza, di pragmatismo efficiente e propone una forma di compromesso fra il Capitale e Lavoro, fra la proprietà e il dipendente, fra il capitalismo e la giustizia sociale, un compromesso che assomiglia terribilmente a quello del pensiero Social Democratico e che prende il nome di Mitbestimmung. Il fondamento sociale ed economico della Mitbestimmung è riconosciuto in Germania anche dalla Corte Costituzionale, che con sentenza del 1979 ha confermato il ruolo di tale istituto giuridico al fine di alleviare la subordinazione dei lavoratori al potere di direzione degli organi direttivi e di integrare la legittimazione economica della direzione dell’impresa con una legittimazione sociale. Comunemente riconosciuta come un diritto, la Mitbestimmung è considerata in Germania un istituto che rende possibile la mediazione fra i principi della massimizzazione del profitto (shareholders value) e la considerazione dei diritti ed interessi dei lavoratori, alla sicurezza del posto di lavoro, alle condizioni umane di lavoro ed alla partecipazione dei lavoratori al successo dell’impresa (stakeholders value). Un chiaro esempio, quindi, di democrazia industriale e di controllo sulle forze economiche del mercato. Anche dalla parte dei datori di lavoro, inoltre, si sottolinea la benefica influenza della Mitbestimmung sulla crescita della Produttività, diminuzione del tasso di turnover e crescita della motivazione dei dipendenti. Ma che cosa è in pratica e come funziona la Mitbestimmung? Ed inoltre, un istituto simile, sarebbe integrabile nel sistema socio – economico italiano? La codecisione, intesa come partecipazione dei lavoratori alla guida dell’impresa, si sviluppa su due livelli, il primo a livello di Consiglio di Azienda (Betriebsrat), riguarda temi relativi al personale, sociali od economici legati ad una unità aziendale e fu disciplinata per la prima volta nel 1952 dalla Betriebsverfassungsgesetz e prevede diritti di rappresentanza e di informativa a livello aziendale, ma non è caratteristica o specialità del sistema tedesco in quanto presente in molti altri paesi d’Europa. Il secondo livello – detto di codecisione a livello di impresa (Mitbestimmung auf der Unternehmensebene), che qui interessa in modo particolare, si esplica attraverso la codecisione dei rappresentanti dei lavoratori negli organi direttivi dell’impresa ed in relazione a decisioni anche strategiche. Questa versione di codecisione fu regolata per la prima volta da una legge del 1951 (Montan-Mitbestimmungsgesetz) e seguita poi, seppur con diversi criteri di applicazione e regole, da una legge del 1976 la Mitbestimmungsgesetz. Oggetto della Unternehmensmitbestimmung è consentire ai lavoratori di partecipare alle decisioni che sono di competenza del Consiglio di Sorveglianza delle società di capitali. Da premettere che in Germania – ma dal 2004 anche in Italia a livello opzionale – gli organi di amministrazione e controllo delle imprese sono due, uno chiamato Consiglio di Gestione (Vorstand – che corrisponde al nostro Consiglio di Amministrazione, sebbene il paragone sia improprio) e l’altro Consiglio di Sorveglianza (Aufsichtsrat) che nomina il Consiglio di Gestione, gode di ampi poteri di controllo, di decisione (investimenti) e non è esclusivamente corrispondente al nostro Collegio Sindacale. I rappresentanti dei lavoratori siedono nel Consiglio di Sorveglianza in varie proporzioni, in base alle leggi sulla Mitbestimmung. In Germania le società di capitali che impiegano piu’ di 500 lavoratori sottostanno alla disciplina della codecisione e pertanto il Consiglio di Sorveglianza sarà composto in parte da rappresentanti degli azionisti ed in parte da rappresentanti dei lavoratori. Nella fattispecie, in modo piu’ specifico, alle imprese da 500 a 2000 lavoratori si applica la Drittelbeteiligungsgesetz del 2004 e pertanto un terzo del Consiglio di Sorveglianza è eletto tra i rappresentanti dei lavoratori ed i due terzi fra i rappresentanti degli azionisti. Nelle imprese con piu’ di 2000 dipendenti, invece, si applica la Mitbestimmungsgesetz del 1976 in base alla quale vige il principio della pariteticità per cui il Consiglio di Sorveglianza è composto per la metà da rappresentanti dei lavoratori e l’altra metà da rappresentanti degli azionisti, salvo il doppio voto del Presidente (casting vote) nominato dagli azionisti. Terza fattispecie, in realtà la piu’ antica e maggiormente garante dei diritti dei lavoratori, è rappresentata dalla Montan-Mitbestimmungsgesetz, legge del 1951 che si applica alle imprese con piu’ di 1000 dipendenti ed attive nei settori del carbone e dell’acciaio. La detta legge riconosce ai lavoratori una parità completa nella rappresentanza nel Consiglio di Sorveglianza, senza casting vote attribuito alla Proprietà in caso di parità e prevede la nomina di un Arbeitsdirektor nel Consiglio di Gestione eletto senza il voto contrario dei lavoratori. Le situazioni di parità sono risolte da un terzo - neutro - nominato ad hoc dal Consiglio di Sorveglianza. In Germania circa 700 imprese hanno il Consiglio di Sorveglianza costituito in base ad una delle sopra esposte leggi sulla Mitbestimmung, molti dei quali sono composti da 12 membri, altri da 16 o 20 membri. Circa 30 imprese ricadono nella applicazione della legge sulla Mitbestimmung nel settore del carbone e dell’acciaio. Compito del Consiglio di Sorveglianza, composto in base alle regole della codecisione – è di nominare o revocare il Consiglio di Gestione, controllare la gestione dell’impresa ed i libri sociali, ricevere informazioni periodiche, decisioni su investimenti e, molto importante, puo’ attribuirsi per statuto competenze di alta direzione con relativo potere di autorizzazione dei piani strategici, industriali e finanziari. Il sistema descritto sopra e di origine tedesca è spesso considerato incomprensibile nei Paesi di tradizione anglosassone ed in Germania si è aperto un dibattito circa le responsabilità che tale sistema potrebbe avere nella eventuale diminuzione di investimenti esteri nel Paese. La Mitbestimmung resta tuttavia in Germania il fondamento di una società che riesce a “fare sistema” ed a trovare soluzioni pratiche ai problemi socio – economici, anche ricorrendo al compromesso fra Capitale e Lavoro, abituati a cooperare e a codecidere nell’ambito delle imprese. Il dibattito italiano E’ interessante vedere come il tema della codecisione sia entrato nel dibattito politico italiano e quali siano state le prime reazioni. Sebbene alcuni sindacati abbiano sostenuto per anni la necessità di introdurre forme di democrazia industriale in Italia, come la CISL, oggi la Mitbestimmung entra a far parte del dibattito politico attraverso le dichiarazioni di due ministri di centrodestra: Sacconi e Tremonti. Il tema della Mitbestimmung ha avuto in Italia risvolti controversi. A titolo di informativa storico nazionale, basti pensare che il Manifesto di Verona della Repubblica di Salo’ ne prevedeva l’introduzione in quella che doveva essere una repubblica sociale, la sinistra fascista del Ministro delle Corporazioni Tullio Cianetti, oggi ripresa dalla Destra di Storace e sempre rimasta nella cultura delle socializzazioni della destra corporativa. La cultura sociale cattolica della CISL e perfino Papa Giovanni Paolo II ha sollecitato l’introduzione di forme di partecipazione dei lavoratori nell’impresa. Il riformismo socialista vi ha visto il necessario completamento del compromesso social – democratico, una sorta di terza via ante litteram per superare il nodo fondamentale della proprietà dei mezzi di produzione. I sindacati piu’ radicali invece – quali la CGIL – hanno da sempre avversato forme di contaminazione fra Capitale e Lavoro. La proposta dei Ministri Tremonti e Sacconi di consentire la partecipazione agli utili alle imprese ai lavoratori impone tuttavia l’esigenza di vari chiarimenti, terminologici e concettuali. Considerato che la Mitbestimmung – impropriamente detta cogestione in italia – è un istituto giuridico che piace alla sinistra socialista, alla destra sociale, ai sindacati CISL, UIL, UGL ma non piace alla CGIL ed ai liberali classici ed a Confindustria, occorre qui analizzare in primis: - cosa si intende per partecipazione agli utili e quale è la differenza con la partecipazione agli organi di amministrazione e controllo; - perché parte dei sindacati e del mondo politico è d’accordo con la proposta dei Ministri Sacconi e Tremonti ed altra no. Parlare di partecipazione agli utili è una cosa, è una forma di partecipazione, ma non è equivalente alla Mitbestimmung descritta sopra e ripresa dal mondo tedesco. La Mitbestimmung è una questione giuridica di mera Corporate Governance, e non ha nulla a che vedere con l’attribuzione degli utili ai lavoratori. Prima di ogni valutazione e commento, quindi, occorrerebbe che i Ministri Sacconi e Tremonti chiarissero cosa intendono in vero per “partecipazione dei lavoratori”: agli utili, alla gestione o ad entrambi? Analizziamo quindi le proposte dei due Ministri, sebbene l’istituto proposto sia ancora di non chiara natura ed in fase embrionale. L’attribuzione degli utili al lavoratore creerebbe la figura del dipendente – azionista. Diamo per sciolti i nodi sulla ripartizione degli utili e delle perdite etc, che tipo di azioni riceverà il dipendente? Azioni di risparmio o con pieni diritti? Ammesso che si tratti di azioni con pieni diritti sociali, il socio potrà svolgere le attività di controllo riservate dal Codice Civile all’azionista, ma sarà in grado di nominare un rappresentante negli organi di amministrazione e controllo? Il controllo esercitabile dal socio – dipendente, infatti, non equivale in natura e forza al potere di codecisione/cogestione che la legge tedesca attribuisce ai lavoratori in Germania. Passando alle fonti del diritto italiano, l’art. 46 della Costituzione Italiana, mai attuato, non parla di utili e recita come segue: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. Probabilmente in Italia si vorrebbe introdurre un istituto, la partecipazione agli utili, che alla lunga potrebbe portare alla nomina di rappresentanti dei lavoratori negli organi di amministrazione e controllo, poiché, data la taglia medio piccola delle imprese italiane, presto ci si troverebbe ad avere lavoratori azionisti che possono indicare ed eleggere rappresentanti. Questo sistema appare tuttavia macchinoso ed incerto. Posto che si voglia arrivare a consentire questa fruttuosa codecisione di Capitale e Lavoro, una volta raggiunta la volontà politica a tal fine necessaria, non si vede perché si dovrebbe passare attraverso una anomala e inefficiente creazione di un ibrido giuridico, per cui il risultato voluto, e forse dissimulato, lo si raggiunge per eterogenesi dei fini. Altro aspetto tecnico emerso grazie all’intervento della Confindustria è quello della volontarietà e non obbligatorietà dell’applicazione dell’eventuale istituto di cui qui si parla, infatti Confindustria ha dichiarato già che, in ogni caso, la partecipazione dei lavoratori agli utili o l’azionariato dei dipendenti sarà scelto su base di un accordo fra le parti ed è fuori discussione qualsiasi obbligatorietà e, ancor piu’, qualsiasi forma di codecisione. Quanto agli aspetti politici e lobbistici che sottostanno alla discussione in merito alla Mitbestimmung, si rileva la oramai consueta scissione dell’asse sindacale sui temi del riformismo, quasi a perpetuare una indelebile separazione ideologica fra massimalisti e riformisti, fra conservatori, di destra e di sinistra, e progressisti. Se la CISL, la UIL e l’UGL si sono dichiarato aperti o financo entusiasti della proposta di introduzione di istituti di democrazia industriale nel sistema socio economico italiano, la CGIL – salvo sparute voci fuori dal coro come Nicoletta Rocchi, ha opposto un fermo niet alla proposta riformista, svelando il suo lato conservatore piu’ simile ai liberali classici che alla sinistra riformista. La motivazione addotta nel respingere la proposta è quella di chi fa finta di non capire ed afferma che attraverso la partecipazione agli utili dell’impresa il lavoratore rischierebbe due volte, come lavoratore e come azionista. La CGIL non dice nulla però in merito al fine di democrazia industriale che queste proposte perseguono ed appare quanto mai anomalo che il maggior sindacato italiano si schieri contro l’introduzione di riforme tese a consentire forme di democrazia industriale e di maggiore coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa. La CGIL rappresenta in pieno quel tipo di sindacato che nella Relazione ai Progetti di Legge presentati ultimamente in Senato il Sen. Ichino definisce “sindacato dei diritti”, che interpreta cioè il rapporto di lavoro come “modello assicurativo”, esente dai rischi e teso a garantire il posto di lavoro in un’ottica di completa separazione fra Capitale e Lavoro, garanzia che prevede un alto premio assicurativo, notoriamente rappresentato dal basso livello dei salari e dalla scarsa incentivazione e motivazione dei lavoratori. La CGIL teme forse di perdere quel potere sui lavoratori che aumenta in maniera corrispondente all’aumento della conflittualità e che diminuirebbe altrettanto automaticamente con una diminuzione della conflittualità conseguente all’introduzione di forme di democrazia industriale come la codecisione. Se dai conservatori di sinistra provengono motivazioni deboli, non altrettanto si puo’ dire delle critiche dei conservatori classici. I liberali, gli imprenditori e la Confindustria, infatti, vedono nell’intervento di Sacconi e Tremonti un espediente per scaricare sui datori di lavoro i costi della pace sociale, dell’aumento dei salari e della produttività. Quanto a salari, indubbiamente tra i piu’ bassi d’Europa, gli imprenditori non negano l’evidenza, ma attribuiscono la colpa allo Stato ed al cuneo fiscale, poiché, ed infatti è innegabile, la differenza fra il lordo ed il netto percepito dal salariato italiano è notevole, ed a vantaggio dello Stato. Da questo lato si propone quindi l’introduzione della contrattazione non solo a livello aziendale ma persino individuale e si respingono con argomenti ideologici e pratici le proposte di partecipazione dei lavoratori. Quanto all’aumento della produttività, gli imprenditori si rifiutano di considerare l’utile quale corrispettivo della produttività, poiché l’utile sarebbe la conseguenza di molteplici fattori, piu’ ampi della sola produttività del singolo lavoratore che si vedrebbe pertanto riconosciuto in contropartita un surplus rispetto al suo apporto. Su posizioni riformiste e di apertura si trovano invece la CISL, UIL e UGL, interessati ad introdurre forme di democrazia industriale che rendano il cittadino e lavoratore soggetto attivo nella società e non semplice spettatore ed elettore. Un modo per dire che la codecisione – nella forma vera di partecipazione agli organi di amministrazione e controllo – e non nella forma mascherata della partecipazione agli utili, potrebbe sanare quel conflitto storico e centenario tra Capitale e Lavoro, ma potrebbe sanare anche quella divisione verticale che da anni oramai attraversa l’Italia e ne impedisce l’avanzamento culturale e socio – economico. Posizioni condivisibili che potrebbero trovare molti sostenitori in Italia. D’altra parte, possiamo credere che l’accordo stipulato dai lavoratori con la Volkswagen anni fa in relazione all’aumento dell’orario di lavoro senza aumento salariale sarebbe stato possibile in Germania senza la Mitbestimmung? Porre l’utile dell’impresa e la sua competitività al di sopra di ogni cosa quale bene supremo e sola stella polare cui sacrificare eventuali diritti umani civili e sociali – penso alle delocalizzazioni legate alla globalizzazione, ai Paesi dai salari fuori competizione, ai Paesi non democratici, come proposto dai liberali classici sedicenti pratici dell’impresa puo’ rappresentare una soluzione per il XXI secolo? Oppure al contrario sarebbe meglio riportare l’Uomo al centro del sistema economico quale attore e destinatario dei provvedimenti legislativi in materia socio – economico evitando di indulgere in atteggiamenti mercatisti rischiando di essere risucchiati in una race to the bottom disumana dove il profitto è la misura di ogni provvedimento e ad esso – nuovo Totem – tutto deve essere sacrificato in nome della competitività? La Mitbestimmung non è panacea, è però un sistema che funziona in un Paese industrializzato come la Germania, dove garantisce alle imprese pace sociale e competitività. E’ un sistema che in Germania funziona da piu’ di 60 anni ed ha consentito salari doppi rispetto a quelli italiani, formazione della forza lavoro non paragonabile a quella italiana, produttività maggiore di quella italiana, nonché di trasformare la Germania da Paese distrutto del dopoguerra nel primo esportatore mondiale. Non credo che l’Italia possa vantare un sistema simile, allo stato attuale. Come anticipato sopra, di recente è stata presentata una proposta di legge dal Sen. Ichino in relazione ai temi qui discussi: “Relazione di Pietro Ichino alle Commissioni riunite Finanze e Tesoro (VI) e Lavoro (XI) del Senato sui disegni di legge n. 803 e 964/2008, svolta nella seduta del 30 ottobre 2008. Segue la relazione aggiuntiva sui disegni di legge n. 1307/2008 e n. 1531/2009, svolta nella seduta del 20 maggio 2009. V. anche il testo unificato presentato nella stessa seduta del 20 maggio 2009”. Tale proposta fa chiarezza nella confusione terminologica e concettuale che hanno ingenerato le dichiarazioni dei Ministri. Tuttavia, nel merito, la proposta di legge appare generale ed onnicomprensiva - forse per soddisfare le esigenze bipartisan che l’hanno promossa, e si fonda, soprattutto, sul principio dell’autonomia negoziale e quindi non impone nulla, lasciando la scelta alle parti sociali che dovrebbero trovare un accordo su base volontaria, utilizzando energie pari o superiori a quelle che sarebbero necessarie a trovare l’accordo sul caso concreto. La Proposta del Sen. Ichino prevede che le imprese possono stipulare con le organizzazioni sindacali un contratto collettivo volto ad istituire forme di partecipazione e coinvolgimento dei lavoratori nell’andamento dell’azienda. Tra le varie forme previste, la Proposta ben distingue tra la partecipazione agli utili da una parte e la partecipazione dei lavoratori al consiglio di sorveglianza (codecisione/Mitbestimmung), chiarendo che di due istituti diversi si tratta, il secondo è quello di diretta derivazione tedesca e descritto nella prima parte del presente articolo. Se un istituto di natura tedesca sia importabile in Italia è in generale una questione difficile da rispondere, si puo’ sin d’ora tuttavia notare che, per analogia, altri istituti giuridici o sistemi giuridici sono stati importati, come in Grecia il BGB tedesco, in Italia il Code Civil francese con notevole successo. Anche il Socialismo, quale sistema socio politico economico è di per sé di natura europea ed internazionale e non ha difficoltà ad applicarsi nei vari Paesi del mondo, magari adattato alle particolarità e tradizioni nazionali o geografiche. Quanto all’altra obiezione mossa ad una eventuale importazione della Mitbestimmung in Italia, fondata sulla differenza di tessuto economico fra Germania e Italia, per cui in Italia le imprese sarebbero perlopiu’ di piccole dimensioni, si risponde agevolmente che la Mitbestimmung potrebbe essere applicata, per ora, alle imprese con maggior numero di addetti, che sono, tra l’altro, quelle piu’ colpite dai problemi legati alla delocalizzazione, proprietà estera, conflitti tra interessi nazionali ed aspri confronti fra sindacati e proprietà, lasciando lo spazio per ulteriori e future applicazioni ed aprendo in ogni caso il mondo del lavoro ad una esperienza nuova da valutare in base ai risultati ottenuti. La stessa introduzione nel Codice Civile italiano del sistema dualistico (Consiglio di Gestione – Consiglio di Sorveglianza) non ha tanta ragione d’essere se sprovvisto della Mitbestimmung, vero istituto caratterizzante dell’intero sistema dualistico di corporate governance. In conclusione l’istituto della Mitbestimmung nei termini ripresi dalla proposta di legge bipartisan presentata dal Sen. Ichino renderebbe possibile in Italia la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa, con rappresentanza negli organi di amministrazione e controllo, sempre se accettata in via negoziale dalle parti sociali, e si inserirebbe nel già ampio dibattito intorno alla natura ed ampiezza dei poteri del Consiglio di Sorveglianza, conferendo di riflesso ai rappresentanti dei lavoratori un potere di informativa e di voto persino su temi definiti di “alta amministrazione” come le scelte strategiche ed i piani industriali e finanziari dell’azienda. E’ chiaro che tutto questo non potrà non suscitare una vera e propria reazione contro – rivoluzionaria da parte di Confindustria e dei liberali classici che renderanno difficilissima la approvazione di un simile progetto riformista.  

Governance and Finance by Old Sport - sabato 17 novembre 2012
At the beginning of the crisis in 2008 wasn't too difficult to predict and target the main issue: human being should not depend on the rating agency reports, politics should come back in power and protect human beings from the free market effects. Especially the leftist of any kind, from communists to socialdemocrats to democrats were a kind of happy to be able to use again all the ideological weapons they were forced to abandon in 1989 for the end of the Cold War. The various socialist and social democrats party in Europe reacted to the crisis mostly using old ideological means, like Marx, clash of classes, end of capitalism and all the usual stuff against capitalism. Which appears to anybody a weak response actually and a bit lazy as well. And the free market became again a personified devil. But were perhaps this an out of date approach who watched the reality through old fashioned eyes, linked to the XX Century ideologies and old way of thinking? Perhaps was the free markets - in its furious and global development - just indicating a new root? The intransigent criticism of the free market economic was may be based on the aprioristic mistrust of the free market philosophy, supporting a central planning, national based and bureaucratic state system, selling the soul not to the devil, but to his assistant instead? Was the crisis just a transformation, a new step in the history of world, a new page with collateral effects causing inevitably pain and harm like any change does? Governance and Finance As in the XIX Century the European states learned from liberalism to be free and adopt formal democracy it could be time, nowadays, for a new step towards substantial and real democracy: the introduction of industrial democracy, focusing on negotiation instead of on regulation. A better way to approach the crisis should be to dismiss the private/public ownership principle, which cause the unsolvable antagonism between global market and local state and accept that a better way of solving problems is to allow individuals to be well informed and to share decisions, at any levels and in any regional area, through a codetermination system (in German: Mitbestimmung) There is a recurrent theory which sees the company, the bank or the factory as an asset itself which belongs not only to the shareholders but to all the people involved in the company's bank's or factory's life. It is about the well known switch from the shareholders value approach to the stakeholders one. Now its time to adopt this switch. Profit is not the only goal. The "too big to fail "principle has shown that the companies and banks are not run just for the benefit of the shareholders, but in the interest of the entire society. The bank has proven to be much more than a mean to pay dividends or increase the asset value of investment funds. The bankrupt of a global bank has terrific impact on economics and politics in a global stage. That means that the management and governance should be shaped by all the people that may be affected by the success or fall of the company or bank itself. That bring us to the main point: decisions must be shared and taken by shareholders, workers and the public sector as well. It is not the nationalization at stake, but rather the codetermination through the participation of the representatives of the workers and of the state in the Supervisory Board - in a two-tier governance system - which will then appoint the Executive Board, whose members are directors, professional who, but, follow the strategy determined by the co-determinate Supervisory Board. Now, nowadays, this approach has lost its pure character "social", linked and limited to the rights of the workers to have voice in the company decisions. The stakeholders approach involves rather a more complex idea of democracy and management of the financial sector. We can not imagine that a bunch of economist sit in a board room taking decisions that affect whole word, without sharing their opinions or wills with anybody. Keynes or not Keynes is not enough to rule the financial sector. We need the voice and interests of every workers and citizens to be represented in the global financial sector. The separation from private and public belongs to an old fashion mindset that no longer find application in a post crisis world. The globalization imposes a global political governance that can not be achieved easily. The codetermination acts locally instead and, therefore, can better address the issues on a regional basis, avoiding the issue of the governance, because based on a negotiable way, contractually binding. No doubts that this approach can only be introduced by a law, which proposes again the problem of a difficult global politic governance, hard to be reached. However, once approved this set of rules, introducing the codetermination at any levels, the co-determinate system will work by itself, according to internal and local negotiation or broader and global negotiation, always based on decision sharing and information flows. Ownership, employee and public sector are thus on the same level of knowledge and power and take informed decisions for the sake not only of the managed company, but of the whole society impacted thereof. Nowadays there are several countries which adopt a co-determinate corporate governace system, notably Germany, on a mandatory or optional basis. Also the European Directive and implementing acts foresee this possibility for the European Company and the employee involvement (2001/86/EC). However, the aim of this document is to start a discussion on the: •- Broadening of the participation in the Supervisory Board, including not only the employee but also the public sector representatives; •- Introduce such a reform as a mandatory corporate governance system for Europe; •- Propose the same corporate governance system on a global level in the G20. Leonardo Scimmi  

Mitbestimmung Privatiesierung und Wirtschaft by Old Sport - sabato 17 novembre 2012
Nel 2003 il legislatore italiano ha introdotto in via opzionale il sistema dualistico di amministrazione e controllo della società per azioni, la cd “governance duale”, in cui l’impresa è guidata da un consiglio di gestione eletto da un consiglio di sorveglianza eletto, a sua volta, dall’assemblea. Il riferimento storicamente più importante è il sistema tedesco o “renano” di disciplina della società per azioni. In Germania il consiglio di sorveglianza ha un ruolo molto importante, sia di controllo sul bilancio che nella determinazione delle strategie dell’impresa e degli investimenti. Come notato in precedenti articoli sul tema, nell’ordinamento tedesco il sistema dualistico è da lungo tempo utilizzato anche allo scopo di perseguire obiettivi di carattere sociale, attraverso la partecipazione al consiglio di sorveglianza da parte di rappresentanti di lavoratori. La Mitbestimmung (codecisione) realizza una soluzione di compromesso fra le istanze delle diverse classi sociali in un contesto fortemente industrializzato come quello tedesco, attraverso una pragmatica mediazione fra proprietà e lavoro, obiettivi del capitalismo e giustizia sociale, principi della massimizzazione del profitto e protezione di una serie diritti ed interessi dei dipendenti: alla sicurezza del posto di lavoro, a migliori condizioni di prestazione della propria opera, e così via. Ma come funziona in pratica la Mitbestimmung? Essa va innanzitutto tenuta distinta dall’analoga forma di compartecipazione dei lavoratori che si esplica all’interno delle varie unità aziendali, mediante il riconoscimento di diritti di rappresentanza ed informativa sulla gestione del personale in seno al c.d. consiglio di azienda (Betriebsrat). La codecisione a livello di impresa si è sviluppata in Germania sin dagli anni ‘20 del Novecento ed è attualmente regolamentata da una serie di leggi speciali, per effetto delle quali nelle società che impiegano da 500 a 2000 lavoratori un terzo del consiglio di sorveglianza è eletto tra i rappresentanti dei lavoratori e due terzi fra i rappresentanti degli azionisti; per contro, le imprese di maggiori dimensioni sono soggette ad una disciplina più stringente, che impone il principio della pariteticità tra rappresentanti di lavoratori ed azionisti, salvo il voto prevalente del presidente, il quale è solitamente espressione della proprietà. I datori di lavoro tedeschi ritengono indubbi i benefici legati ad un maggiore grado di responsabilizzazione dei lavoratori derivante da un loro coinvolgimento “informato” nella gestione dell’impresa (banche incluse), con ricadute virtuose in termini di crescita della produttività, della competitività e dei salari, diminuzione del tasso di turnover, maggiore motivazione dei dipendenti e formazione della forza lavoro a livelli eccellenti. Insomma, il sistema dualistico tedesco, per effetto dell’operatività della Mitbestimmung, è un modello economico e sociale insieme, come tale espressione di una particolare economia di mercato (Soziale Marktwirtschaft) che privilegia le decisioni consensuali a scapito del conflitto aperto, piani aziendali di lungo termine piuttosto che profitti nel breve. Il legislatore italiano non ha introdotto, tuttavia, la Mitbestimmung nella riforma del 2003. Su posizioni compattamente contrarie alla Mitbestimmung si attesta nel nostro paese il fronte dell’imprenditoria, di Confindustria e dei liberali classici, i quali intravedono nell’istituto un espediente per scaricare sui datori di lavoro i costi della pace sociale, dell’aumento dei salari e della produttività. Tale ostilità trova tradizionalmente una sponda nella posizione dei sindacati più radicali, come la CGIL, i quali hanno da sempre avversato forme di contaminazione fra capitale e lavoro, opponendo - salvo sparute voci fuori dal coro - un fermo niet alla proposta riformista ed assegnando un ruolo di controllo della discrezionalità manageriale allo strumento della contrattazione collettiva. All’inizio della legislatura in corso sono stati presentati al Senato due disegni di legge in materia di compartecipazione. Dopo due anni e mezzo di sospensione, lo scorso febbraio il comitato ristretto successivamente costituito ha rilasciato un articolato legislativo per la Commissione Lavoro del Senato che prevede la possibilità per le società italiane di stipulare con le organizzazioni sindacali contratti collettivi su base aziendale volti a istituire forme di coinvolgimento dei lavoratori quali può essere prevista la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di sorveglianza, così riprendendo in qualche modo l’istituto della Mitbestimmung e mettendo i lavoratori nella condizione di prendere parte alla gestione societaria, con rappresentanza negli organi di amministrazione e controllo, sempre che la codecisione sia previamente accettata in via negoziale dalle parti sociali. Qualora una forma di partecipazione alla governance debba essere promossa in Italia, ciò dovrà necessariamente avvenire “dal basso”, sulla base di una scelta volontaria e negoziale dei soggetti coinvolti nelle relazioni industriali. Al contrario, come si è visto, la Mitbestimmungsgesetz tedesca, ispirata da una forte e radicata cultura di cogestione, prevede semplicemente ed obbligatoriamente che tutte le imprese organizzate sotto forma di società di capitali – ed altre – che impieghino un numero di dipendenti superiore ad una certa soglia siano soggette allo statuto compartecipativo. Si vedrà quale sarà l’esito dell’iter legislativo del progetto di legge unificato in questione. In ogni caso, la soluzione ivi prospettata appare improntata ad un riformismo graduale e rimesso alla autonomia negoziale, nell’ottica di una valutazione in via sperimentale della reale appetibilità di un sistema ancora piuttosto alieno alla cultura industriale italiana. 


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